Birre, psicologia e autolesionismo

Un giorno un ragazzo che una volta mi piaceva disse, con tono tranquillo che secondo me nascondeva una vena di saccenteria.

– E non venitemi a dire il contrario. –

Insomma.

Disse.

“è una birra molto beverina”

e io in quell’esatto momento decisi che non mi piaceva più.

Io odio la parola “beverina” perché la maggior parte della gente la usa per dire tutto e niente o per mascherare una sottile spocchia.

Spocchia fuori luogo quando scopri che la maggior parte di loro si ritrova sempre nello stesso bar con le stesse persone a parlare di tette culo figa.

[Argomento che metto nella top list dei miei preferiti di sempre. Ma se inizi devi farlo con stile precisione e apportando argomenti validi. E nella discussione non ammetto persone che usano il termine beverina.]

Ragion per cui non ho partecipato più alla conversazione. Mi sono annoiata con ferma decisione.

Non so se questo avere uno schema, una tabella di parole che le persone non devono dire sia una cosa. Un sintomo. Una conseguenza del sapere esattamente cosa voglio (cosa abbastanza improbabile) o una finta scusa per eliminare chi in realtà aveva già eliminato me.

Mentre penso tutto questo la psicologa mi sta guardando e mi dice cose che dovrei ascoltare.

Lei sa che la guardo e non la sento. Non si arrabbia mai. Tranne quando mi crogiolo nella disperazione.

Insomma.

La mia psicologa direbbe che forse sto facendo dei passi avanti. E provo sempre meno ad autoflagellarmi. Riempiendomi di colpe che in realtà non ho.

E sono diventata grande.

Non posso più nascondere la mia patologia, quella che non mi permette di accettare gli abbandoni.

Quindi ho deciso di rispettare, a differenza di prima, la tabella delle parole da non dire.

Credo sia soddisfatta.

Nella tabella (delle cose da non dire) ci sono ovviamente parole inutili. Così da tenere aperta la porta a tutti quei casi umani (me compresa, non ho la presunzione di tenermi fuori da quell’infausto gruppo).

Divago.

Dicevo

Tutti quei casi umani che non usano parole come beverina ma che ne so, hanno un passato da violenti, un presente da fascisti e un futuro incerto. Come la canzone.

Ma in quel bar con questo tipo che diceva cose che forse sapeva, mi sono accorta di come sia facile per me fare in modo che mi piaccia e non mi piaccia più qualcuno. Ed è un gioco fantastico. Che spero di non fare mai più

Perché obbligarsi a trovare cose piacevoli in qualcuno, quando sai bene che ti sta facendo solo male, è il dolce a fine pasto degli autolesionisti. Altra categoria di cui non solo sono iscritta, ma sono, anche, un’accanita partecipe.

Insomma.

Faccio tutta questa autoanalisi nel giro di due minuti, ma quando riferisco tutto alla mia psicologa le parole sembrano meno sensate che nella mia testa.

Non credo lei pensi che guarirò presto.

Lei lo sa che ogni giorno mi costringo a non pensare alla mia vita passata.

Lei lo sa che in fondo penso ancora che tutto sia colpa mia e che tutto sia dovuto a me.

E lo sa che mi metto al centro del mondo per avere un motivo per cui disperarmi.

Lei lo sa e spera, che un giorno starò meglio.

E lo spero anch’io. Infondo.

Non ho preso la birra che volevo. Che era quella beverina.

E adesso ho mal di stomaco.

Ma il processo di fedeltà a se stessi è duro e doloroso.

Non berrò mai più con te.

E questo è un sollievo.

Annunci

Ripartizioni eque e religiose.

La divisione dei pani e dei pesci, ecco a cosa ho pensato quando mi è stato detto: “fai una lista delle cose che sono rimaste in casa sua”.

 

Ho fatto una lista molto generica, libri, foto, quaderni, vestiti, insomma tutto quello che non è mio. 

Anche perché in dieci anni di relazione e quasi la metà di convivenza quello che è tuo e quello che non lo è diventa difficile da stabilirsi. 

 

 

Per esempio, 

la maglia bucata che ha comprato LUI al concerto reggae, quando ancora eravamo così spensierati da andarci. 

 

[Stare male, e nessuno se ne era accorto, e sono rimasta fuori agonizzante un’ora.]

(Sarà un ricordo bellissimo da raccontare ai miei nipoti)

 

Insomma, quella maglia, che era sua, però l’ho sempre usata io come pigiama, è da considerarsi mia perché l’ho usata più io, o no? 

 

Alla fine che cosa me ne faccio di una maglia bucata? Che cosa me ne facevo? 

 

Non lo so. 

 

Penso fosse come un peluche di cui non ti vuoi separare perché ti ricorda quando potevi bere alcolici scadenti (o scaduti) per giorni senza morire, il giorno dopo. E i carboidrati a cena non mi facevano male.

 

Insomma 

 

cosa mi porto via? –RISPOSTA- Quello che è mio e basta. 

 

Sì però i suoi hard disk sono pieni di foto mie, che lui non guarderà mai. 

 

E come faccio?

 

Una vecchia coinquilina mi disse che lei entrò nella casa del suo ex, con un’amica giapponese (perché ci sono sempre giapponesi quando si parla di ordine o cose annesse?) 

e si prese solo le cose che le davano una buona energia. 

 

Cosa mi dava buona energia? 

Il mio tavolino di legno. 

 

O mio dio, era piccolo molto shabby chic, praticamente un affare. 

 

Preso solo perché la stronza, (padrona di un negozio di mobili indiana che si era guadagnata questo soprannome dopo aver derubato generazioni e generazioni di espatriati). 

 

Insomma, 

la stronza si dimenticò di cambiare il prezzo a quel tavolino, e io lo pagai la metà. E fu come vincere alla lotteria. Ecco, quello mi dava gioia, aver portato via il tavolino alla stronza, per un prezzo stracciato.

 

Dicevo, 

l’eterno dilemma, 

 

mi prendo tutto quello che è mio, e poi al limite lo butto negli angoli della mia memoria che mi ricordano che ormai quello che era nostro è solo mio?

O mi prendo quello che mi dà una buona energia rischiando che mesi dopo senta la mancanza di quella maglia bucata che mi ricorda la gioventù che ormai non tornerà?

 

Nessuno mette mai in conto questi microtraumi da separazione. 

 

Bisognerebbe vivere in case divise a metà, 

alla faccia del vissero felici e contenti. 

Così adesso potrei staccare il mio pezzo senza perdere troppo tempo. 

 

Ah sì, anche il mio cane mi dava energia positiva, ma quello non è una cosa. 

 

E mi sa che quando abbiamo staccato la mia parte di edificio lui stava dormendo dalla parte che non era mia. 

 

Non è mai stato un cane sveglio, 

era biondo dentro anche lui.

Normalità e fallimenti

Ho conosciuto una persona e la cosa più paurosa è che è normale.

Normale che mette le ciabatte da casa in casa e quelle da esterno all’esterno.

Ha un pesce rosso, e non si dimentica di dargli da mangiare, ripone le stoviglie guarda caso nella

lavastoviglie e lo fa tutte le volte che mangia.

E il fatto che sia autosufficiente e non abbia bisogno di un grillo parlante che gli ricorda che -non sei la sua serva- (e non ha la serva), mi ha riempito gli occhi di lacrime.

E si sa vestire da solo.

E questo, lo so, ma non è così scontato.

Perché siamo tutte emancipate ma la maglietta abbinata al pantalone gliela tiriamo fuori sempre, al nostro marito/compagno/amante.

Perché ci piace sentirci un po’ mamme.

E non venitemi a dire che non è vero-

e il fatto che sia normale, dicevo fa paura perché è normale veramente.

Non c’è la rock star nascosta, e non ha neanche senso del ritmo e arrivando da: –un giorno sarò famoso– non è cosa da poco.

È normale che gli piace il suo lavoro, che è un lavoro normale.

E alla domenica si siede, fa colazione e si alza per andare a prendere il giornale e mentre lo sfoglia penso che forse basta poco per essere felici.

Ed è questa la cosa più triste, che per anni ho aspettato e ho visto un sacco di cose e ho rincorso persone che non ne volevano sapere di me, di chi sono io, di cosa mi piace.

E perché mi piace.

E mi sono plasmata e sono diventata quello che volevano loro.

Ero come il pongo.

E alla fine mi sono dimenticata la mia forma originale.

Eppure è così semplice essere felici. E non dico in maniera assoluta.

Come volevo farmi credere.

Che un giorno avrei raggiunto una felicità assoluta e dovevo solo aspettare.

Aspettare per essere felice, e pian piano mi toglievo sempre qualcosa.

Smettila di mangiare così tanto, togli il pensiero che forse. Fingi di essere quello che non sei. Togli la tua persona e diventa l’altra. [Che comunque non stava neanche più guardando me.]

E insomma, dicevo.

Ho conosciuto una persona normale.

Normale che non serve, interpretare quello che dice perché le cose le dice veramente

e lo guardo che si guarda la televisione a –numero- cinque centimetri di distanza. (Anche se gli ho detto che gli fa male agli occhi).

E, forse, in quel momento ho pensato che ho visto tutto sbagliato, in passato.

Che io non ero quella che volevo farmi credere e la normalità fa paura perché nessuno vuole veramente essere messo di fronte alle proprie scelte.

E in quel momento,

quando ho visto che metteva il giubbotto al suo posto e non dovevo mettere disordine, ho capito che ero stanca.

Ero stanca di utopie e casi umani, e persone con aspirazioni che non hanno voglia di realizzare, che sfogano su di me le loro frustrazioni e volevo solo stare lì.

A guardare questa persona che non conosco, che fino a qualche anno fa avrei odiato.

E mi piace vederlo mentre guarda il pesce, e si cambia le scarpe da interno-esterno.

E passeggia con la postura sbagliata,

perché non fa sport.

E parla.

Più a se stesso che a me, ma sempre ricordandosi che sono lì e sembra Woody Allen (quando ancora non era stato accusato di pedofilia).

E lo guardo mentre legge il giornale, (questo tipo non Woddy Allen),

e penso che ho paura, ho tanta paura, e allo stesso tempo che sono abbastanza felice. Che è meglio di sperare di essere felice.

Non so nemmeno chi sia.

Ma almeno ha staccato le radici di qualcosa. Che non so cosa.

E io non so come fare.

Per smettere di pensare che un tempo sbagliavo e forse anche adesso

E ho corso e cercato tanto, e alla fine le cose belle sono dietro a un cazzo di giornale.

Che parla del giro d’Italia. E io lo odio.

Devo comprarmi ciabatte da interno.

Ti odio.

Fallimenti e nipoti

Autoinfliggermi colpe quando vado dalla psicologa è il mio sport preferito.

Ormai lo sa e semplicemente mi dice di smetterla, di essere obiettiva.

Perché lo sappiamo tutte e due che ho solo bisogno di una persona che mi dica: – no non è vero- .

Come le anoressiche che dicono di essere grasse, o quelle belle che dicono di essere brutte, poi ci sono io che dico di essere vecchia e miserabile e forse lo penso veramente.

Insomma.

Oggi voglio che lei lo pensi davvero,

(che sono una persona orribile intendo)

e le racconto questa storia e spero che mi dia ragione, perché ho bisogno di sentire che ho ragione.

Ottobre scorso: ho scoperto di essere diventata adulta.

È stato come ricevere uno schiaffo ed è successo mentre ero in camera da letto, nella mia vecchia casa, quella che ora non è più mia, anche se ci sono le mie cose dentro.

Divago.

L’ho scoperto in camera, dicevo, grazie a un messaggio istantaneo che mi avvisava che stavo per diventare zia.

[Ovviamente il nascituro non aveva e non ha nessun legame di sangue con me, che era mio nipote l’avrei deciso dopo, per il senso di superiorità che mi contraddistingue e mi fa dare titoli e legami a persone sconosciute.]

Insomma.

Scopro che mio nipote esisteva, che cresceva nella pancia della mia amica e che stava bene, e di lì a pochi mesi sarebbe diventato un essere umano.

E io ho sentito solo un sacco di rabbia, perché non lo volevo quel nipote, mi sembrava una forzatura alla mia vita.

Stavo bene, nel mio limbo, un po’ post adolescenziale. Con i miei bei salami sugli occhi e le frasi – quando diventeremo grandi, faremo, saremo, diremo e saremo migliori di tutti- .

E alla fine mi sono resa conto che il futuro era già presente, io sarei diventata zia e non lo volevo accettare.

E quell’ammasso di carne e organi e amore, che ormai tutti già gli volevano, mi sembrava tutto sprecato.

Solo perché mi metteva di fronte al fatto che non potevo più ignorare.

Che avevo sbagliato tutto e stavo sbagliando tutto e alla fine io lo sapevo che il matrimonio era finito, che eravamo due estranei che sapevano cose che non volevano ammettere.

Però era molto più semplice consumarsi pian pianino e non lasciare quel comodo, piccolo guscio fatto di abitudini e bugie.

E alla fine io l’ho lasciata – la casa che non è più mia eppure ha un sacco di cose mie dentro – e mi ritrovo qua.

In questa stanza che è bianca forse perché il bianco infonde calma, a parlare con un’estranea che non mi vuole dare la soddisfazione di dire che ho ragione. E forse alla fine va bene così.

Mi sono girata e non ho visto più chi ero o cosa stavo diventando e ho avuto paura.

E il fatto che qualcuno invece non avesse paura di mettere al mondo qualcun altro mi provocava solo tanto dolore.

Avevo capito di aver sbagliato tutto.

E non ho visto più niente.

Spero che mio nipote un giorno non diventi una persona di merda.

Perché adesso gli voglio bene.

Sono una persona orribile?

Appuntamenti e minestre

La consapevolezza di non essere dalla parte privilegiata ti porta ad esporti sempre in maniera pericolosa, vertiginosa, con paroloni di cui non conosci il senso.

Che poi io soffro di vertigini.

Sono tornata in Italia, e dopo anni sono uscita con un ragazzo che usa paroloni per parlare di temi molto semplici.

-Me la dai?

Quando?

Nell’impossibilità di usare queste due semplici frasi,

(ragion per cui si reputa un romantico dell’800)

, mi ha costretto ad ascoltare per ore frasi su frasi della sua tragica esistenza.

Ma perché non parti? Perché non voglio dargliela vita. Ma vinta a chi? A tutti.

E con questa frase mi sarei dovuta girare e partire a piedi,

una bella passeggiata di venti chilometri.

Invece mi sono immolata, ho ascoltato, gli ho teso la mano,

(lurida di gocce di birra, briciole di patatine e noia a fiumi)

e sapevo già che avremmo limonato in macchina.

M’illudevo che sarebbe stato bello.

Non lo è stato.

Non l’ho ammesso.

Diciamo che lui era il mio caso probono.

Sai quando ti immoli per i casi umani? Sapendo già che ne uscirai mangiato e consumato, che tanto il cuore è già a pezzi.

[E porco dighel sto iniziando a parlare come lui.]

Alla fine mi dispiace, l’ho usato per sentirmi un po’ meglio, perché mi facevano ridere quei paroloni per non dire niente, quella negatività,

-segno distintivo di chi non ha mai lasciato la campagna, e quella faccetta di cazzo tipica dell’uomo che anni fa minacciava costantemente la sua compagna.-

(Nascondendosi dietro alla costante, e sempre presente, omertà delle campagne del nord)

Il karma l’ha punito facendogli conoscere l’unica donna della sua vita che l’abbia trattato con sufficienza.

Sono orgogliosa del mio operato? Certo che no.

Non ci sentiremo mai più,

come la volta prima

e come la volta prima mi sono ritrovata con sensi di colpa

e la certezza che certe cose non vanno rifatte.

Ma io ripesco le cose, le riuso e le trovo belle

e le rubo a chi

della Caritas invece avrebbe bisogno.

Immedesimarsi nel dramma

Dovrebbe esserci un corso di laurea su come alimentare il dramma, in modo che io possa esserne sia docente sia studente, così mi posso informare in continuazione.

Perché io credo che in una separazione l’autolesionismo non sia solo una pratica concessa ma debba essere obbligatoriamente praticata, e, io, modestamente, non sono seconda a nessuno.

Sono andata alla mostra di Frida Kahlo, in due ore la guida mi ha sempre guardata negli occhi.

(Come fosse possibile che mi guardasse sempre negli occhi visto che eravamo un gruppo di dieci persone non lo so, era tipo la gioconda),

dicevo.

Mi guardava costantemente negli occhi e mi diceva che il loro amore, quello di Frida e Diego, era difficile ma eterno.

E io, presa da una cosa tipo spirito santo, ho pensato, per un secondo, che se dio esiste forse stava parlando per santa intercessione attraverso la guida.

Quindi ho buttato al cesso mesi di psicanalisi in cui mi ripetevo come un mantra che io avevo ragione, che avevo visto giusto e che dovevo ripartire da me stessa. Butto al cesso anche le ore dall’avvocata, in cui mi guarda e mi dice che stavo facendo bene, alla fine è meglio così.

E

presa da questa cosa che chiameremo spirito santo dei pirla faccio una chiamata oltreoceano e mi preparo a dire:

-Ma si chi se ne frega, in barba a qualsiasi norma di decenza. Facciamo che anche se ci stiamo praticamente martoriando a vicenda torniamo assieme perché lo dice la guida che parla per santa intercessione.-

[un’ora dopo]

Un’idea geniale.

Un‘idea che mi costerà dio solo sa quante sedute extra dalla psicologa (che prima o dopo devo darle un nome. Che me lo invento. Cosi facciamo finta di essere amiche).

Dicevo.

Non è stata una buona idea, come non lo è stato l’attacco isterico, e mai come questa volta il termine fu più azzeccato.

(ovviamente lo descrivo certe cose non posso essere omesse alla pubblica piazza),


L’attacco isterico dicevo, in cui, in successione, mi sono graffiata la faccia, ho sbattuto la testa al muro e mi sono strappata i capelli. Una scena che avrebbe fatto rabbrividire anche Basaglia. E forse per un momento avrebbe pensato che il manicomio non era una scelta così sbagliata.

Dopo sono andata a bere, come se niente fosse, con il savoir-faire che mi caratterizza e la frase che mi ero appena sentita dire ossia che alla fine io stavo benissimo.

Appunti per l’anno nuovo:

  • le guide non parlano per santa intercessione.
  • Non sono Frida Kahlo.

Introduzione al dramma

Paolo fox dice cose fantastiche sul mio segno, l’astrologo indiano diceva cose fantastiche su di me, la tipa indiana che mi aveva letto la mano disse cose ancora più fantastiche.

Mi sto separando.

Adesso due sono le cose, o nessuno aveva capito niente o la cosa fantastica è questa. E se lo fosse potevate dirmelo prima, avvertimi. In un epoca in cui tutti viviamo con il telefono sempre in mano, un messaggio non avrebbe fatto male.

La mia terapista dice che i miei amici potevano dirmelo prima che il mio ex (storia lunghissima di cui non mi dilungherò) non piaceva a nessuno. Effettivamente dieci anni sono un tempo ragionevolmente lungo. Potevate dirmelo, sempre per la regola che i messaggi sono gratis e almeno un accenno a questa vostra non accettazione del mio, al tempo, partner, me lo potevate fare.

Diciamo che i segnali erano evidenti, nessuno mi chiedeva mai di uscire in coppia.

Eppure.

Comunque, i segni del cielo erano strani, e forse nessuno li ha captati. Poi ho visto una cartomante. Lo giuro, tutte queste persone le ho incontrate per sbaglio, nella mia vita, non le ho pagate.

La cartomante è stata paurosamente precisa, anche se mi ricordava la maga Cloris, Fabrizio Frizzi ti amo ancora. Lei mi ha detto che non devo ricadere negli stessi uomini. Che poi è la stessa cosa che mi ripete la mia terapista. Come un mantra. E io le dico, non so se ce la farò, non è poi così semplice. E lei mi dice, ce la farai. E alla fine inciampo sempre, però sono più attenta.

Quanto sono lo stereotipo della ragazza giovanissima di campagna che si sta separando? Maghi, discipline olistiche, terapista, femminismo e puntate di detto fatto guardato di nascosto perché non si sa mai.

Mangio anche un sacco di schifezze, sono ingrassata e sono felice.

La prima volta che ho visto la mia terapista mi sono descritta come una donna che si sta separando, un’appestata di paese. Ho sempre amato il dramma, essere nell’800 mi ha sempre caratterizzata.

Lei ha riso.

Mi ha proprio riso in faccia, e credo sia stato in quel momento che ho deciso che lei sarebbe stata la mia maestra di vita. Il mio maestro Splinter, io ovviamente sono tutte quattro le tartarughe e anche la giornalista.

Quanto avrei voluto essere una tartaruga ninja da piccola? Non me ne hanno mai regalato una. Neanche un corso di judo. Lo facevano i miei cugini maschi, li invidiavo troppo.

Il segreto per separarsi e non impazzire, se vivi nella campagna veneta circondata da persone che fingono o hanno matrimoni perfetti che durano decenni, è andare in terapia. Subito.

Anche perché affidarsi ai maghi sarebbe più divertente, colorato, comico, ma Wanna Marchi non lavora più e a me il sale non è mai piaciuto.