Un’altra giornata di yoga

Un’altra giornata.

Mi avvio per andare ad una festa di yoga a cui mi ha iscritta una cara amica perché mi vedeva triste. Non so perché le è venuta quest’idea. I due giorni precedenti all’evento, io, lei e qualche amica (insegni yoga? Bello, bello, andiamo a bere), abbiamo fatto un tour enogastronomico del padovano. Questa mattina mi sono svegliata e volevo uccidermi, un harakiri prima di un evento yoga, un gesto importante che avrebbe reso la mia partecipazione memorabile.

Il fatto che un evento gratuito che dura un’intera giornata venga fatto sotto il sole delle 11 di un giorno d’estate non sconvolge nessuno, tranne me, mentre mi avvio sconsolata e affranta verso l’accettazione noto che c’è più gente di quanta immaginassi. Pensionati che fanno thai chi, donne ricche che si aggirano con passeggini e poi si fermano a fare ginnastica, sembra di essere a Central Park. Invece siamo in Veneto e la signora all’accettazione me lo ricorda.

L’agitazione generale che muove gli organizzatori dell’evento mi ricorda l’agitazione della mia catechista alla nostra cresima, evento inutile che mi era servito solo per farmi regalare il cellulare usato da un mio zio che odiavo. La signora all’accettazione inizia ad agitarsi e a darmi ordini, come se non fossero le undici, come se io non fossi in hangover, come se nelle ultime settimane fossi stata bene. Arrivata al parco scopro che dovrò dare dei soldi, racimolo qualche moneta, la tipa mi guarda malissimo, mi scuso, non sapevo, se volete vado via, assolutamente no, noi accettiamo tutti, ride, per finta.

L’amica che mi ha iscritta – è una buona opportunità, devi riprenderti, fai qualcosa, sarà divertente- mi ha incastrata a questa cosa e io ora non so perché sono qui, a guardare una signora che si sta avvicinando, ha anelli costosi, un cellulare costoso, un lavoro che non le permette di smettere di parlare al telefono, nonostante la figlia la chiami incessantemente. La figlia ha un nome tratto da una canzone di Battiato, di nuovo l’anagrafe lascia un po’ troppa libertà di scelta.

In poco tempo il parco si anima, sento una delle organizzatrici che pronuncia la frase “questo evento è un volere di Dio”, frase forse un po’ esagerata, ma che lascia capire lo spirito messiatico che anima l’intero evento. Poi ci sono io, due giorni che dormo quattro ore, il fisioterapista mi ha detto di stare a riposo, sento il ginocchio che mi esplode, posso sedermi in un angolo e piangere?

Ad un certo punto arriva una signora che ha fatto due lezione con me, entrambe le volte è apparsa quando le lezioni erano gratuite o quasi, parla un sacco, cerca sempre le scuse per non pagare, ha due case in due città diverse, poi ha le case di villeggiatura e io vorrei chiederle perché, qual’è il motivo che ti spinge a partecipare solo a lezioni gratuite? Sei come me, che non sono mai uscita dall’ottica della studentessa di Bologna senza soldi che beve la birra dei barboni? Vorrei chiederglielo, le sorrido, la saluto, frasi di convenienza. Mi allontano camminando all’indietro.

Arrivano ad un certo punto una figlia con il padre, la ragazzina dimostra quindici anni, ma ha le unghie finte, gioielli stile gipsy e uno sguardo strano, mi sembrano spaesati come me, sorrido, scopro che non è il suo papà, ma il suo compagno. Mi siedo e mi vergogno.

La temperatura esterna aveva raggiunto i trenta gradi all’ombra, le donne e gli uomini che avevano preso ferie per essere presenti all’evento sembravano stranamente freschi e rilassati. Credo che i ricchi non sudino.

Nonostante fossi a chilometri di distanza dal posto dove insegno c’erano molte facce conosciute, c’era un papà (che so essere il compagno di una collega) che ci provava spudoratamente con le altre mamme, durante la pratica l’ho sentito dispensare consigli sull’allattamento e sulla maternità, vorrei chiedergli dov’è la moglie, perché un tempo l’aveva lasciato, è vero che sei uno stronzo? Mi faccio gli affari miei.

Inizio la mia pratica, non muoio, nel mentre ho incontrato qualche ragazza con cui ho fatto amicizia, non ci parleremo mai più. 

Fine. 

Chiusura del sipario. 

Finita la lezione sono salita in macchina e ho raggiunto Giulia al bar dei cinesi, ho schienato un prosecco, sono tornata a casa e ho letto un libro anticapitalista, da quel giorno ho ricominciato a mangiare, ho scritto ad un insegnante di yoga, le ho spiegato perché non riuscivo a praticare, ho pianto e qualche giorno dopo ho ricominciato la pratica. 

Ad ogni raduno di yoga penso a quanto la mia vita sarebbe stata semplice se avessi ascoltato mia zia che mi consigliava di fare un lavoro di merda, ma con pensione assicurata, forse mi sarei annoiata. 

Yoga anticapitalista

Siamo seduti in questa sala enorme.

Bianca.

Alle pareti foto di gente morta. Vicino a me c’è una ragazza francese che ascolta in trance cose più o meno senza senso. Ci spiegano perché siamo arrivati allo yoga. Lo spiegano a noi. Come se non lo sapessimo da soli. Ce lo spiegano mentre la platea ascolta, una platea formata da persone bianche, eccetto me. Poi ci sono i quattro indiani ricchi e altri quattro non troppo ricchi, ma che hanno ricevuto la grazia di poter accedere alla super mega scuola.

Non ho idea di come farò a vivere per i prossimi mesi. 

A quanto pare siamo approdati allo yoga grazie ad una forza maggiore, che veglia su di noi e fa di noi degli eletti.

Io conosco molte di queste persone, e senza paura posso dire che siamo qui più o meno tutti per lo stesso motivo. Arriviamo qui dopo matrimoni falliti, genitori incapaci, infanzie tristi. Poi c’è il gruppo degli ex tossici, gli ex alcolizzati. Bene o male siamo suddivisi così.

Ognuno di noi porta dentro cicatrici e ferite che proviamo a rattoppare con l’attività fisica. Ogni giorno qui dentro per due ore. Così non dobbiamo guardarci, non dobbiamo agire. Non dobbiamo ammettere che noi siamo la prova vivente che la società ha fallito, che è marcia da troppo tempo. Possiamo fingerci illuminati quando sappiamo benissimo che ci siamo salvati per sbaglio, un colpo di fortuna. Qualcuno ci ha toccato la spalla, la vita non è andata a rotoli. Tutti così felici che non abbiamo bisogno di guardarci indietro, guardare indietro. In realtà non guardiamo neanche avanti.

Ci trasciniamo come sacchetti usati il nostro passato, fingiamo che non esista. Quando eravamo piccoli i grandi hanno rappresentato paura e violenza, a volte illusioni, abbiamo giurato che non saremmo mai diventati come loro, ecco perché siamo tutti chiusi qui.

Poi ogni tanto qualcuno alza la mano, soleva la questione, riporta al centro la questione della classe, la razza, i valori dello yoga. Sono piccole scintille che non si accendono mai, schiacciate dal marketing del nuovo trend, il nuovo yoga. Si sfidano a chi ha lo studio più bello.

E io in tutto ciò mi guardo da fuori, non so nemmeno perché sono qui, troppo spaventata per andarmene, almeno mi riconoscono sempre perché sono l’unica persona nera nella stanza.

Con fatica alzo la mano, chiedo cose, tutti mi guardano spaventati. Pensavo fosse saggio dire la mia, scoperchiare, tirare via la polvere. Ma ben presto mi accorgo che non è vero.

Le persone vivono aggrappate a qualcosa, il passato, il malessere, il benessere, qualcuno. E nel momento in cui quel qualcosa provi a toglierglielo diventi cattivo e storpio. Allora abbasso la mano, mi siedo, e torno a fare due ore di attività fisica in silenzio.

[Nell’ombra e nascosti da tutti mi hai detto che ti senti anche tu perduto e solo, e con il nostro tappettino in mano ci siamo sentiti un po’ più uniti. Poi abbiamo fatto finta di niente e senza dircelo abbiamo deciso di non parlarne più.]

Avrei dovuto dirti più cose. Avrei dovuto dirti tutto.

Un lavoro con contratto a chiamata.

Ci sediamo guardandoci e fingendo reciproca stima. Solo perché entrambe siamo femmine diamo per scontata un’umana decenza che ovviamente non c’è. 

Il motivo per cui sto guardando questa persona che non mi è amica è semplice, voglio che sganci i miei soldi. E vorrei dirglielo così, in modo da evitarci frasi di circostanza “ti sono grata per, sei molto brava, ti ringrazio, l’opportunità splendida”. 

Le luci al neon sono fatte apposta per rendere la gente inconsapevole di quanto tempo spende in questo buco di merda. Mi sento in colpa per rendergli questi attimi fin troppo piacevoli. Vorrei urlare a tutti, andatevene. Ma non posso.

In questo lavoro sono sorprendentemente brava. Mi sento in colpa. Vendo cose che da necessarie diventano superflue. Fatte con materiali di merda da persone che vivono in buchi schifosi e che da lì non si sposteranno mai. Ma io devo pagarmi l’università. Lo ripeto a me stessa, un mantra per lavarmi la coscienza.

Alzo lo sguardo e la guardo, non riesco neanche a provare pietà. Una donna che ha deciso di essere lo stereotipo di se stessa. Mi fa ridere il fatto che si creda un imprenditore, tipo un maschio. Non lo sarà mai. Mi fa ridere che creda veramente di essere un mio salvatore, mi fa tristezza che un po’ lo sia. La guardo con lo stesso sguardo di pena che riservi a quel cugino che ti fa schifo, ma è sempre famiglia.

Provo verso di lei una pena così forte che si trasforma in scherno, e divento l’ennesima sua bulla, solo che questa volta non posso farle niente perché lei mi dovrebbe pagare. Mi fa schifo, come il suo stupido negozietto di merda.

Giuro che mi ero preparata tutto un monologo in testa in cui, con gentilezza e calma, le dicevo di sganciare i miei soldi, ma le luci al neon, l’aria viziata e il via vai di persone mi ha innervosito così tanto che mi scoppiava la testa. E non ce l’ho fatta. 

Questa tipa, ormai non è più la mia capa, non serve neanche che ce lo diciamo. L’abbiamo capito entrambe e lo dimostriamo a forza di sorrisi striminziti e frasi più o meno accusatorie, dette con voce fin troppo acuta e bisbigliata. Tipo delle ladre. 

Questa tipa mi guarda, e io capisco che prova verso di me un sentimento di pena vera. Le faccio pena come ti fanno pena i cani zoppi, quelli che vedi e dopo non ci pensi più, e in quel sentimento di pena ci ho visto tutta la cattiveria che non poteva esprimere. Che forse non ha mai espresso perché era troppo impegnata a far finta di essere un capo very very cool. Come le imponeva l’azienda. 

E in quel momento ho desiderato così tanto essere di fatto la sua ennesima bulla, ricordandole che la sua fase imprenditoriale non cancellerà anni e anni di sfiga che non ha mai superato. Maledicendo lei e tutta la sua famiglia intera. Obbligandola a guardare il suo piccolo negozietto, teatrino ridicolo rispetto al cinema che aveva montato il fratello, inetto però maschio. 

Volevo rinfacciarle i torti che avevo subito, volevo che si rendesse conto che abbracciava lo stesso sistema che l’aveva resa quello che era, una stronza che non mi dava i miei cazzo di soldi.

Quanto sarebbe stato bello. Invece lei si è alzata, e ancora prima che iniziassi a formulare il mio primo vaffanculo è andata via. Forte delle sue convinzioni.

Mi ha spezzata.

Vorrei dire che questa esperienza mi ha insegnato tanto, che le sono grata, invece non è così. Ricordo solo il mio continuo bisogno di odiarla, per ricordare a me stessa di non diventare mai come lei. La rivedo continuamente, la rivedo anche in persone che non sono lei. La rivedo e provo rabbia. E questo sentimento continuo è la prova reale che ha vinto. 

Mistic-freak

Al mattino mi ero accorta che stavo facendo morire due piantine di begonie, e insomma, la giornata non era iniziata bene.

Con il palese fallimento del mio conclamato pollice verde, la conseguente morte di una pianta e l’urlo soffocato degli influencer del pollice verde, tutta gente che seguo e imito paro paro per nascondere la mia incapacità nel prendermi cura di quattro cazzo di piante.
Per stemperare questo fallimento, prequel di tutta una serie di sfighe che avverranno dopo ma io ancora non ho vissuto, mi avvio verso una lunga passeggiata con lo scopo di respirare aria pura e natura. La stessa natura che ho fatto morire poco prima.
Al termine della passeggiata mi avvio al famoso corso.


Noi insegnanti di yoga, tutti noi insegnanti di yoga, e non fidatevi di chi vi dice che non l’ha fatto.
Dicevo.
Tutti noi, almeno una volta nella vita ci iscriviamo ad un corso simil-mistico solo per sentirci in linea con le aspettative che ha di noi la società.
A me non piacciono molto le mantelle in stile peruviano, non mi piace parlare piano in modo calmo, l’odore dell’incenso mi da fastidio e di base non amo la compagnia di altri insegnanti di yoga.
Quindi per rimanere attaccata ad almeno un cliché dello yoga ogni tanto mi iscrivo a corsi che in realtà non voglio fare, ma che ci si aspetta da me che io frequenti.
Questo corso parlava di “meditazione e molto altro”. Il molto altro non ci è dato saperlo.
Iniziamo questa cosa seduti tutti assieme, in cerchio. Come dei piccoli pellirossa ad un incontro di alcolisti anonimi. Tutti diciamo il nostro nome, cosa facciamo e altre cose di cui poco importa. Capisco fin da subito di essere la persona più povera in quella stanza. Non avevo dubbi sul fatto che sarei stata l’unica persona nera.
L’anello della mia vicina di seduta costa quanto la mia macchina. Scopro successivamente che una tipa è praticamente proprietaria di una multinazionale. I maschi odorano di mistico e soldi, mistic-soldi. Io ho i vestiti della decathlon indiana. La parte di me più costosa è probabilmente una sciarpa comprata a Goa, per tipo cinque euro.
Iniziamo per davvero e l’insegnante, ovviamente è: coach, nutrizionista, insegnante di yoga, insegnante olistica e persona esperta della vita.
Il tutto è volto a spiegarci l’importanza di fare le cose consapevolmente, un elogio al presente. Fare tutto piano, respirare piano, muoversi piano, pensare piano e mangiare piano. Io ho speso dei soldi. Per fare quello che Eckhart Tolle mi ha insegato anni fa gratuitamente, scaricando il suo libro illegalmente. La parte teorica è un miscuglio di facce sognanti e grossi assensi. Il tipo cinquantenne vestito come Manu Chao ha tutte le risposte. E non è cosa da poco visto che le domande sono a dir poco imbarazzanti.
Questa cosa cosa vi sembra? Guardatela con gli occhi, non con il cervello.
Mi sento a disagio, tanto quanto quella volta alle medie che in chiesa mi avevano vestita da re magio, e ho sfilato davanti a tutto il paese. Vestita da maschio. Non-binary prima che diventasse di moda.
La parte pratica di questo corso mi ha fatto provare nostalgia per la parte teorica, che come avrete capito era un misto di fuffa e sguardi sognanti.
Dopo ore di questa cosa, circondata da persone vegane amanti delle piante, che mi hanno fatto provare piacere per l’aver ammazzato le begonie, ci spostiamo a tavola.
Non c’è niente di più terribile di rimanere incastrati a cena dopo un incontro di mindfulness. È la morte, la fine dei sensi. Tutti appiccicati, sognanti, un camposcuola, in cui tutti parlano solo del meraviglioso corso, del meraviglioso coach e del meraviglioso tutto.
Io avevo ammazzato le begonie, Paolo Fox aveva predetto mesi difficili, stavo ricominciando a perdere peso e non mangiavo da tipo due giorni, dormivo male, non riuscivo a fare le cose più normali da due giorni streight, insomma non stavo bene.
Ci sediamo a questo tavolo enorme e tutti parlano, parlano, parlano. Io non ascolto, perché vengo presa da una sensazione strana, un rumore interno, succede qualcosa dentro di me a livello stomaco. L’ho già detto che non mangiavo da due giorni? Mi rendo conto di avere fame. Il corso di mindfulness come un incontro con la psicologa, pensi che non sia servito a niente invece eccolo, un piccolo beneficio.
Finalmente ho fame.
Una fame vera, una fame atavica.
Finalmente.
Mi viene la felicità.
Quella di cui cantano le persone famosa, quella dei film. Quella felicità lì. Dopo un tempo che sembra infinito portano le cose in tavola. Per il prezzo del corso mi aspettavo caviale vegano e quintali di cibo. Ci arrivano verdurine dell’orto in porzioni stitiche.
La sorpresa.
L’ultima parte del corso. Mindfulness applicata al cibo.
Mangiare lentamente e poco per raggiungere un vero stato di sazietà. Guardo il tipo vicino a me palesemente in sovrappeso e conto di iniziare con un lui una rivolta simile alle rivolte degli anni ‘70. Con bombe a mano e tutto quanto. Lui invece sembra felice. La tipa con l’anello che costa quanto la mia macchina anche. Io mi scuso e chiedo dove sia il bagno. Senza farmi notare esco dallo stabile e mi metto a correre, verso una libertà che non provavo da tanto. Sono andata in un bar, ho ordinato un panino e una birra.
Il giorno dopo ho buttato le begonie nel campo vicino. Non ho mai più risposto alle mail della coach. Non farò mai più corsi di “meditazione e altre cose”.
Sono troppo povera per essere infelice.

Salone Gigliola

Non si è mai mosso niente qui.
E forse non mi sono mai mossa neanche io.
Questo te lo ricorda bene la provincia.

Tu credi di andare (dove poi?) e partire e restare, in realtà sei come un fiore, fermo, ancorato. Sei un albero, un arbusto, che si muove per finta, si muovono i rami e le foglie, per colpa del vento. In realtà tu non ti muovi. Mai.
Forse passavo davanti al salone Gigliola. Lo nomino solo per far capire la grandezza del paese di provincia. Esiste un salone Gigliola ovunque. Spesso non sono neanche belli. Questo credo lo sia.

Alle volte penso che non esista niente. Quando ero piccola pensavo di non esistere io. Credevo di essere il prodotto di un mio sogno. Alle volte ho paura di addormentarmi. Non l’ho detto a nessuno. Forse dovrei.

Spesso mi sveglio e ho paura che niente sia come l’ho lasciato il giorno prima. Mi scivola tutto a volte. Non mi scivola niente addosso. Mi scivola dalle mani. Spesso credo di essere malata.

Mi capita spesso di rimanere in silenzio e guardare le persone. Il loro bisogno di parlare, di farsi sentire. Di dire cose. Di essere qualcuno o qualcosa. Io vorrei solo stare in silenzio, la maggior parte delle volte. Vorrei solo rimanere ferma. In un completo silenzio. Camera iperbarica.

È così difficile non odiare tutto questo rumore.
Come si fa? Come si fa a rimanere in silenzio?

Camminavo di sicuro davanti al salone Gigliola, una delle prime volte in cui capii di aver sbagliato tutto. Non è così difficile accorgersene, è una sensazione netta, sicura, fissa, è la certezza dello sbaglio.
Io sono i miei errori.

Forse ho pianto.

Camminando, indossando grossi occhiali neri, pieni di vergogna, mi sono accorta di vivere una vita che era a dir poco ridicola. E il sogno, tenuto a tutti segreto. Il sogno, dicevo, di non essere veramente in questa vita è sfumato. Io stavo vivendo, e stavo vivendo in modo sbagliato.
Il salone Gigliola come punto di svolta di tutto.
Non è bello accorgersi che stai male. È come fare un’equazione matematica lunga un giorno e arrivare alla fine per accorgerti che hai sbagliato all’inizio. E devi rifare tutto da capo.

Ho finto che non ci fosse nessun errore.

È per questo che non mi risulta difficile fare finta che qualcosa mi piaccia. La menzogna come rattoppo per mantenere una cosa, che i più chiamano normalità e qualcuno chiama sanità.

Non credo esista veramente un limite al dolore che siamo pronti a sopportare.

L’ho capito davanti al salone Gigliola. Un posto fermo nel tempo. Io mi sono mossa e ho finto di farlo sul serio.

Ogni volta che ci passo davanti mi ricordo tutto e niente.
Un punto fisso nei miei fallimenti.
Spero di svegliarmi presto.
Non riesco più a muovermi.
Neanche per finta.

Un’altra piccola crisi

Mi siedo in questa sedia di ferro battuto, proprietà di questo bar che dovrebbe essere chic o medio chic o finto chic, non l’ho ancora capito.

Mi siedo convinta che non mi sarei divertita e non faccio niente per cambiare idea.

Iniziano tutti a parlare di attori italiani degli anni ottanta, fingo di non conoscerne nessuno. In realtà li conosco tutti, li ho studiati, so che scuole hanno fatto, perché sono famosi, la poetica bla bla bla.
So tutto.
Fingo.

In realtà loro non li conoscono, e non mi interessa contraddirli, voglio che continuino a parlarne, elevando la conversazione per finta.
Un rito.
Una sorta di pavone che apre la coda per farsi vedere dalle femmine.

Mi piango addosso, ma non lo faccio vedere.

Li ascolto e lentamente li giudico tutti, con rabbia e cattiveria, e non ci provo neanche a non farmi notare. Ordino un cocktail, ipercostoso, che forse non mi piacerà, e lo faccio proprio perché voglio rovinare la serata, a tutti.
Non so perché lo faccio.

E ascolto queste informazioni sbagliate su un attore che mi piace tanto. Non hanno mai guardato un suo spettacolo,
lo sapevo.
Che ridere.
Che odio.

E mi piango addosso.

Perché sono uscita di casa?

In realtà mi hanno fatto un favore.
È perché sto male,

[portiamola fuori come se fosse un cane, diamole aria come si fa con le coperte.]

E io non ci riesco neanche a volergli quel po’ di bene, quel po’ di bene che basterebbe a correggerli, a dirgli che hanno detto cose sbagliate

-e state attenti con le ragazze che magari ve ne capita una che le cose le sa e voi come fate?-

Non lo so. Non mi interessa.

Mi arrabbio, mi alzo e mi risiedo.
In bagno sento altre frasi, inutili, di persone che non conosco. Continuo a bere. Mi lasciano fare. Evidentemente non sto abbastanza male per essere fermata.

Sento nella mia testa come se ci fosse un’altra me che deve odiare, che deve odiarli tutti.
Sento nella mia testa come qualcosa che spinge verso il basso e non deve uscire e io non capisco più cosa dicono. Mi sdoppio e mi vedo da fuori e vedo che la mia rabbia appare come una forza disperata, sono io che lotto contro di me e non so come fare.
Perdo comunque.

Mi allontano un attimo. Mi siedo distante e inizio a pensare che non mi ricordo più le facce delle persone che una volta per me erano importanti. Sbiadisce tutto sotto a questo peso di cattiveria che non so come buttare fuori.

E non mi sento più.

Mi alzo e torno a sedermi.
Ho avuto una piccola crisi e nessuno l’ha notata o nessuno ha voluto notarla e io mi sento meglio.
Ho ancora tanta cattiveria che non so a chi riversare.
Per questo ne parlo a lei dottoressa.
E lo so che non sto andando bene.

Però almeno non me ne sono andata.

60 minuti di parole

Guardo la mia terapista, in questa stanza tutta bianca di un consultorio di paese, perché non li ho i soldi per prendermi cura di me stessa, ma ho bisogno di lei.

Ed entro in questo edificio, nella speranza di non trovare nessuno, ma anche di trovarli, perché sono stanca di chi mi dice che mi trova bene, bella, in forma. Quando in realtà non sto bene, non mi sento in forma, e mi sento tutta rotta.

Beh.

Mi siedo e mi chiede di spiegarle cosa ho provato quando mi sono lasciata.

E io glielo dico.

La prima volta è stato come se qualcuno mi rompesse tutta da dentro, era un sentimento freddo, ma io allo stesso tempo sentivo caldo. Non riuscivo più a respirare, eppure respiravo, e non capivo come fosse possibile. Poi non trovavo più le idee, le parole, era come se tutto fosse confuso, ed io non capivo come parlare.

La seconda volta, invece, è stato come se qualcuno mi togliesse la benda dagli occhi, e in un attimo vedessi tutta la miseria,

di una coppia che ormai non ha più niente in comune, e il male che ci stavamo facendo a vicenda era una massa informe, liquida, ma semi solida allo stesso tempo. Era come petrolio nel petto, e noi non respiravamo più, ma per davvero questa volta.

Poi ho provato solo tanto male.

Un dolore fisico, fisso, nella testa, e nel petto, ed una stanchezza. Era come se non avessi dormito da anni, e volevo solo stare ferma.

Mi sono chiesta quando dolore è disposta a sopportare una donna sposata prima di capire che è arrivato il momento di dire basta, di fermarsi, di lasciare andare le redini di qualcosa che ormai non cammina neanche più.

E mi sono risposta che io ero pronta a sopportare di tutto.

Ero pronta a mettere me stessa, le mie capacità e la mia istruzione in ultimo piano. Pur di essere il soprammobile preferito, di qualcuno che i soprammobili non li vedeva e probabilmente non li aveva mai sopportati.

C’è un momento,

signora psicologa,

in cui tutti ci sentiamo così male, che ci rendiamo conto che non ce la facciamo più, e io in quel dolore ci ho sentito un po’ di sollievo. Sollievo perché ero costretta a cambiare. E anche se non sapevo bene cosa, mi sono costretta ad alzarmi, raccogliere i miei stracci ed andarmene.

Dove?

Qui, in questa stanza bianca, 60 minuti di parole a una persona con un golfino che mi guarda, ha la fede al dito, chissà che lavoro fa suo marito. Chissà se anche lui la guarda ancora, chissà se sono felici. Io spero di sì.

Ci vediamo settimana prossima, stessa ora, stesso giorno.

Questa volta non metterò gli occhiali scuri quando esco. Spero che mi vedano uscire dalla porta. Così in paese si spargerà la voce che sto male veramente.

E tutti mi crederanno.

Mysore senza frontiere

Mysore 2018

Non riesco a fingere di non vedere questa ragazza francese e sono costretta a salutarla.

Cerco di reprimere l’odio atavico verso di lei in quanto francese. Odio scatenato da giochi senza frontiere. Programma in cui, inutile dirlo, i francesi baravano spudoratamente e noi, poveri italiani, soccombevamo con ingiustizia.

Insomma.

La tipa francese indossa una di quelle collane che vende la tipa indiana a prezzi imbarazzanti ma non troppo. Ce l’hanno tutte. La comprerò anch’io. Ad un prezzo stracciato perché non ho soldi. Ma, ormai, pur di avere un amuleto spacciato per protettore, sono pronta a tutto, anche all’acqua santa.

Saluto questa tizia con esagerato entusiasmo e non capisco perché chi fa yoga debba avere vestiti costosi. Io, prima di venire qui, sono entrata alla decathlon con trenta euro e ho raschiato il fondo delle offerte speciali, con qualche capatina al reparto bambino.

Sono vestita come la piccola fiammiferaia, con la capacità di accostare i colori di un qualsiasi accattone.

Fingo serenità anche se sono appena sopravvissuta ad un triangolo avvocata, grande maestro e assistente del grande maestro.
Il tema era spostarmi l’orario. Perché io ho paura, e la cosa sta diventando un po’ troppo pesante. I due guru dello yoga l’hanno capito. L’avvocata mi ha fatto qualche raccomandazione. Io continuo a cagarmi addosso.

La tipa francese forte di tutte le partite vinte a giochi senza frontiere si sente in diritto di tirarmi un super pippone su tutto quello che non va nella sua vita. Il tutto si può ridurre a “il maestro non mi guarda abbastanza”.

Il che è un buon segno se consideriamo lo scandalo che ha investito suo nonno. [del maestro non della francese rompicazzo ndr.]

Non lo dico. Di questo non se ne parla mai.

La ascolto e la rassicuro, come se fosse una pazza.

Ad un certo punto abbasso la guardia, e senza rendermene conto le dico che il mio orario è cambiato. Lei apprende la notizia ma nel suo cervello, e non chiedetemi perché, la rielabora come prova del fatto che il maestro ama me e lei no.

Si incazza.
Davvero.

Si incazza perché non è giusto, anche lei vuole praticare all’alba.
Io la guardo sbalordita e penso che sono qui, in culo al mondo. Quando nel mio paesello di merda tutti si divertono. Nell’unico periodo dell’anno in cui ci si diverte, io non sono lì.

E anziché essere a casa, a fare la vita della perfetta neo separata, sono qui. A fare telefonate triangolari avvocata, maestro, assistente.
Ad ascoltare giovani pazze ed indiani con approcci più o meno paurosi.
A trasportare tappetini che pesano quintali. Io che nell’ultimo anno ho perso dieci chili e adesso sono trasparente.

Francese, cazzo, non vedi che non sto bene?

E vorrei prendere tutti i suoi amuleti e richiamare all’ordine tutte le divinità indiane come in una grande seduta spiritica e chiedergli perché, e da quanto tempo, si vendono così alla donna occidentale che palesemente non li merita.

Un delirio religioso.

Un delirio che reprimo, non tanto per capacità spirituale ma più che altro per mancanza fisica.

Perché la donna che fa yoga, incapace di osservare che si sta lamentando con qualcuno che non sta bene è un cliché a cui io ho aderito per anni. E adesso che mi ci trovo in mezzo mi sento solo sfiancata e stanca.

Saluto la tipa, con un sacco di cerimonie.

Torno a casa e mangio biscotti e patatine. In una crisi bulimica.

I giochi senza frontiere, in India, sono più duri che mai.


E i francesi continuano a vincere.

Spiritismo queer

Non sei neanche entrata nella mia vita eppure mi hai fatto male.

Ed è curioso il fatto che io ne parli con diecimila anni di ritardo. E forse non è curioso per niente. Non è che posso sapere tutto.

Bevevamo ancora alcolici scaduti e non avevo neanche iniziato a pensare alle allergie, le intolleranze, o qualsiasi cosa diventata importante dopo.

Ti sei presentata a casa mia con una valigia in mano, un sacco di dubbi, come li chiamavi tu, e basta.

Non mi hai neanche chiesto niente, mi hai lasciato ancora meno.

Non so se i tuoi capelli mi piacevano, presumo di no. Un anno fa ho sentito il tuo profumo in America e mi sono ricordata tutto.

Ti sei attaccata come quando alle elementari ci chiedevano di darci la mano per stare in fila indiana. Non ti ho neanche vista arrivare, ti ho trovata lì, davanti alla porta, con la valigia e dei capelli che forse non mi piacevano.

Non so dire cosa sia successo. Io so che per un periodo molto limitato di tempo, ho avuto l’illusione di essere capita, ho pensato che forse tu mi credevi e sentivi esattamente quello che sentivo io.

E sembrava che tutto avesse un senso, per mano, come in fila indiana, io che ti dicevo cose, e ti mandavo canzoni e forse pensavo che finalmente era questo quello che dovevo provare.

In un mondo in cui non mi ricordo se pagavo i messaggi che ti mandavo o no.

Chissà se esiste un nome per quello che pensavo di essere. Chissà se tu ci davi un nome. Non credo, anzi, non mi faccio illusioni.

Nel momento esatto in cui ho pensato di non essere più un animale raro, una specie estinta. Nel momento in cui mi sentivo pronta per fare parte di un branco, che poi era formato solo da te. Ecco, in quel momento. La fila indiana è finita e tu mi hai lasciato la mano. E io non ero neanche più convinta del fatto che tu me l’avessi data di tua spontanea volontà. E io, solo adesso me ne rendo conto, mi sono sentita persa.

È come se mi avessero tagliato qualcosa, ed era molto ridicolo perché tu mi dovevi solo tenere la mano. E cristo, non sei riuscita neanche a farlo.

Non c’era più un branco, non c’era niente, ero rimasta da sola, con questa consapevolezza che l’unica persona che volevo con me in realtà aveva completamente cambiato specie. Ed io non sapevo più come fare, per tornare indietro. Ormai puzzavo di te, di quel tuo profumo che a diecimila anni ancora ricordo. E quei capelli orribili.

Mi sono ripresa in fretta, forse per davvero o forse per finta, non lo so. Questo per dimostrare quando il mio spirito di sopravvivenza vinca su tutto.
Ogni tanto ti rivedo. A intervalli regolari di anni.
Non ci salutiamo mai.
Facciamo finta di non conoscerci e a tutte e due va bene così.
Perché forse, infondo, non ci riconosciamo più davvero.

Se tornassi indietro non ti farei mai più entrare, in casa mia.
Sarebbe il mio primo vero atto di egoismo.

Mi hai spezzato il cuore.

Il ragazzo di sinistra

Mi siedo davanti a questa persona che un po’ conosco e un po’ no. In questo bar di profonda provincia, che nessuno troverebbe mai, e credo sia questo il motivo per cui è considerato cool. Ma in realtà non è cool per niente.

La frase al limite del maschilismo arriva dopo poco, breve, nascosta da un sacco di parole e prese di posizioni considerate di sinistra. E il suo essere di sinistra è un po’ l’unico motivo per cui mi trovo qua. In questo bar dimenticato da tutti, che fa molto cool.

La frase che mi fa capire che io sono seduta davanti a lui perché il mio essere non bianca rappresenta ai suoi occhi il massimo della trasgressione, per un maschio bianco eterosessuale cisgender nato e cresciuto in un ambiente di bianchi. Ecco la frase che mi fa capire che io per lui non sono altro che un trofeo da esibire alla gara delle persone più di sinistra, la frase, mi colpisce come se fosse uno schiaffo in faccia.

Dolce post-it, che mi ricorda quanto sia difficile trovare qualcuno di sinistra che ti tratta per quello che sei. Una persona nera, nata e cresciuta in un contesto di persone bianche, come lo è d’altra parte la mia cultura.

Lo guardo, senza più ascoltare quello che dice e vedo riflessi nei suoi occhi i sogni, di lui, giovane rivoluzionario, che come atto di ribellione a non so chi, mi porterà nei posti più in voga. Mostrandomi ai presenti come un cane di razza, la medaglia finale del perfetto ragazzo di sinistra. Perché lui non ha paura di uscire con una persona nera.

Me lo vedo, che sogna già una fusione di razze, tipo film americano in cui la famiglia del bianco diventa amica di quella della nera, con non poche vicissitudini. E me lo immagino che pensa al prossimo post di Facebook da postare, in cui fra le righe ricorderà a tutti che lui è uno di noi, lui può parlare per noi neri perché appunto è assieme ad una sorella.

Non mancheranno prese di posizione contro il razzismo, dette al mio posto, così da proteggermi da un mondo cattivissimo. Arriverà precisa anche la medaglia al valore del perfetto ragazzo di sinistra, quando sprezzante del pericolo sfilerà alle manifestazione per la cittadinanza. Lo guardo e vedo brillare nei suoi occhi il coraggio di chi non si vergogna di stare nel piccolissimo bar di provincia con una ragazza nera, che poi chi se ne importa se parlo dialetto veneto meglio di lui, ho studiato di più di lui in Italia e non conosco altra cultura che questa.

Mi meraviglio e mi rendo conto che la scelta del bar di merda, in culo ai lupi, finto cool e un po’ finto alternativo, non è stata un scelta a caso, fatta da te ragazzino che prendi un po’ troppi tranquillanti alla sera. No, tu l’hai fatto perché questo buco di culo è frequentato da amici tuoi, di destra e finta sinistra, così si spargerà la voce, e tu sarai incoronato medaglia al coraggio. E io di nuovo per te non sono altro che una cosa da esibire, per dimostrare al mondo quanto tu sia aperto al cambiamento. E il cambiamento sarei io.

Finisco questa lunga riflessione e non ascolto una parola di quello che dici, mentre ti alzi a prendere dell’altra birra artigianale che sa di culo, io ammicco a un tipo palesemente di destra, e riallineo tutto così. Facendo scempio di me stessa, circondandomi di persone di dubbio gusto.

Solo per mantenere qualcosa da dire a lei, dottoressa, che pago cinquanta euro a seduta.

Mi è mancata durante la quarantena.

Mi aiuti.