Salone Gigliola

Non si è mai mosso niente qui.
E forse non mi sono mai mossa neanche io.
Questo te lo ricorda bene la provincia.

Tu credi di andare (dove poi?) e partire e restare, in realtà sei come un fiore, fermo, ancorato. Sei un albero, un arbusto, che si muove per finta, si muovono i rami e le foglie, per colpa del vento. In realtà tu non ti muovi. Mai.
Forse passavo davanti al salone Gigliola. Lo nomino solo per far capire la grandezza del paese di provincia. Esiste un salone Gigliola ovunque. Spesso non sono neanche belli. Questo credo lo sia.

Alle volte penso che non esista niente. Quando ero piccola pensavo di non esistere io. Credevo di essere il prodotto di un mio sogno. Alle volte ho paura di addormentarmi. Non l’ho detto a nessuno. Forse dovrei.

Spesso mi sveglio e ho paura che niente sia come l’ho lasciato il giorno prima. Mi scivola tutto a volte. Non mi scivola niente addosso. Mi scivola dalle mani. Spesso credo di essere malata.

Mi capita spesso di rimanere in silenzio e guardare le persone. Il loro bisogno di parlare, di farsi sentire. Di dire cose. Di essere qualcuno o qualcosa. Io vorrei solo stare in silenzio, la maggior parte delle volte. Vorrei solo rimanere ferma. In un completo silenzio. Camera iperbarica.

È così difficile non odiare tutto questo rumore.
Come si fa? Come si fa a rimanere in silenzio?

Camminavo di sicuro davanti al salone Gigliola, una delle prime volte in cui capii di aver sbagliato tutto. Non è così difficile accorgersene, è una sensazione netta, sicura, fissa, è la certezza dello sbaglio.
Io sono i miei errori.

Forse ho pianto.

Camminando, indossando grossi occhiali neri, pieni di vergogna, mi sono accorta di vivere una vita che era a dir poco ridicola. E il sogno, tenuto a tutti segreto. Il sogno, dicevo, di non essere veramente in questa vita è sfumato. Io stavo vivendo, e stavo vivendo in modo sbagliato.
Il salone Gigliola come punto di svolta di tutto.
Non è bello accorgersi che stai male. È come fare un’equazione matematica lunga un giorno e arrivare alla fine per accorgerti che hai sbagliato all’inizio. E devi rifare tutto da capo.

Ho finto che non ci fosse nessun errore.

È per questo che non mi risulta difficile fare finta che qualcosa mi piaccia. La menzogna come rattoppo per mantenere una cosa, che i più chiamano normalità e qualcuno chiama sanità.

Non credo esista veramente un limite al dolore che siamo pronti a sopportare.

L’ho capito davanti al salone Gigliola. Un posto fermo nel tempo. Io mi sono mossa e ho finto di farlo sul serio.

Ogni volta che ci passo davanti mi ricordo tutto e niente.
Un punto fisso nei miei fallimenti.
Spero di svegliarmi presto.
Non riesco più a muovermi.
Neanche per finta.

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