Yoga anticapitalista

Siamo seduti in questa sala enorme.

Bianca.

Alle pareti foto di gente morta. Vicino a me c’è una ragazza francese che ascolta in trance cose più o meno senza senso. Ci spiegano perché siamo arrivati allo yoga. Lo spiegano a noi. Come se non lo sapessimo da soli. Ce lo spiegano mentre la platea ascolta, una platea formata da persone bianche, eccetto me. Poi ci sono i quattro indiani ricchi e altri quattro non troppo ricchi, ma che hanno ricevuto la grazia di poter accedere alla super mega scuola.

Non ho idea di come farò a vivere per i prossimi mesi. 

A quanto pare siamo approdati allo yoga grazie ad una forza maggiore, che veglia su di noi e fa di noi degli eletti.

Io conosco molte di queste persone, e senza paura posso dire che siamo qui più o meno tutti per lo stesso motivo. Arriviamo qui dopo matrimoni falliti, genitori incapaci, infanzie tristi. Poi c’è il gruppo degli ex tossici, gli ex alcolizzati. Bene o male siamo suddivisi così.

Ognuno di noi porta dentro cicatrici e ferite che proviamo a rattoppare con l’attività fisica. Ogni giorno qui dentro per due ore. Così non dobbiamo guardarci, non dobbiamo agire. Non dobbiamo ammettere che noi siamo la prova vivente che la società ha fallito, che è marcia da troppo tempo. Possiamo fingerci illuminati quando sappiamo benissimo che ci siamo salvati per sbaglio, un colpo di fortuna. Qualcuno ci ha toccato la spalla, la vita non è andata a rotoli. Tutti così felici che non abbiamo bisogno di guardarci indietro, guardare indietro. In realtà non guardiamo neanche avanti.

Ci trasciniamo come sacchetti usati il nostro passato, fingiamo che non esista. Quando eravamo piccoli i grandi hanno rappresentato paura e violenza, a volte illusioni, abbiamo giurato che non saremmo mai diventati come loro, ecco perché siamo tutti chiusi qui.

Poi ogni tanto qualcuno alza la mano, soleva la questione, riporta al centro la questione della classe, la razza, i valori dello yoga. Sono piccole scintille che non si accendono mai, schiacciate dal marketing del nuovo trend, il nuovo yoga. Si sfidano a chi ha lo studio più bello.

E io in tutto ciò mi guardo da fuori, non so nemmeno perché sono qui, troppo spaventata per andarmene, almeno mi riconoscono sempre perché sono l’unica persona nera nella stanza.

Con fatica alzo la mano, chiedo cose, tutti mi guardano spaventati. Pensavo fosse saggio dire la mia, scoperchiare, tirare via la polvere. Ma ben presto mi accorgo che non è vero.

Le persone vivono aggrappate a qualcosa, il passato, il malessere, il benessere, qualcuno. E nel momento in cui quel qualcosa provi a toglierglielo diventi cattivo e storpio. Allora abbasso la mano, mi siedo, e torno a fare due ore di attività fisica in silenzio.

[Nell’ombra e nascosti da tutti mi hai detto che ti senti anche tu perduto e solo, e con il nostro tappettino in mano ci siamo sentiti un po’ più uniti. Poi abbiamo fatto finta di niente e senza dircelo abbiamo deciso di non parlarne più.]

Avrei dovuto dirti più cose. Avrei dovuto dirti tutto.

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