Mysore senza frontiere

Mysore 2018

Non riesco a fingere di non vedere questa ragazza francese e sono costretta a salutarla.

Cerco di reprimere l’odio atavico verso di lei in quanto francese. Odio scatenato da giochi senza frontiere. Programma in cui, inutile dirlo, i francesi baravano spudoratamente e noi, poveri italiani, soccombevamo con ingiustizia.

Insomma.

La tipa francese indossa una di quelle collane che vende la tipa indiana a prezzi imbarazzanti ma non troppo. Ce l’hanno tutte. La comprerò anch’io. Ad un prezzo stracciato perché non ho soldi. Ma, ormai, pur di avere un amuleto spacciato per protettore, sono pronta a tutto, anche all’acqua santa.

Saluto questa tizia con esagerato entusiasmo e non capisco perché chi fa yoga debba avere vestiti costosi. Io, prima di venire qui, sono entrata alla decathlon con trenta euro e ho raschiato il fondo delle offerte speciali, con qualche capatina al reparto bambino.

Sono vestita come la piccola fiammiferaia, con la capacità di accostare i colori di un qualsiasi accattone.

Fingo serenità anche se sono appena sopravvissuta ad un triangolo avvocata, grande maestro e assistente del grande maestro.
Il tema era spostarmi l’orario. Perché io ho paura, e la cosa sta diventando un po’ troppo pesante. I due guru dello yoga l’hanno capito. L’avvocata mi ha fatto qualche raccomandazione. Io continuo a cagarmi addosso.

La tipa francese forte di tutte le partite vinte a giochi senza frontiere si sente in diritto di tirarmi un super pippone su tutto quello che non va nella sua vita. Il tutto si può ridurre a “il maestro non mi guarda abbastanza”.

Il che è un buon segno se consideriamo lo scandalo che ha investito suo nonno. [del maestro non della francese rompicazzo ndr.]

Non lo dico. Di questo non se ne parla mai.

La ascolto e la rassicuro, come se fosse una pazza.

Ad un certo punto abbasso la guardia, e senza rendermene conto le dico che il mio orario è cambiato. Lei apprende la notizia ma nel suo cervello, e non chiedetemi perché, la rielabora come prova del fatto che il maestro ama me e lei no.

Si incazza.
Davvero.

Si incazza perché non è giusto, anche lei vuole praticare all’alba.
Io la guardo sbalordita e penso che sono qui, in culo al mondo. Quando nel mio paesello di merda tutti si divertono. Nell’unico periodo dell’anno in cui ci si diverte, io non sono lì.

E anziché essere a casa, a fare la vita della perfetta neo separata, sono qui. A fare telefonate triangolari avvocata, maestro, assistente.
Ad ascoltare giovani pazze ed indiani con approcci più o meno paurosi.
A trasportare tappetini che pesano quintali. Io che nell’ultimo anno ho perso dieci chili e adesso sono trasparente.

Francese, cazzo, non vedi che non sto bene?

E vorrei prendere tutti i suoi amuleti e richiamare all’ordine tutte le divinità indiane come in una grande seduta spiritica e chiedergli perché, e da quanto tempo, si vendono così alla donna occidentale che palesemente non li merita.

Un delirio religioso.

Un delirio che reprimo, non tanto per capacità spirituale ma più che altro per mancanza fisica.

Perché la donna che fa yoga, incapace di osservare che si sta lamentando con qualcuno che non sta bene è un cliché a cui io ho aderito per anni. E adesso che mi ci trovo in mezzo mi sento solo sfiancata e stanca.

Saluto la tipa, con un sacco di cerimonie.

Torno a casa e mangio biscotti e patatine. In una crisi bulimica.

I giochi senza frontiere, in India, sono più duri che mai.


E i francesi continuano a vincere.

Tavolini e separazioni

Nel momento esatto in cui avevo capito che molto probabilmente il mio matrimonio sarebbe, a breve, finito ho messo da parte anni di lotta femminista e ho fatto quello che tutti ti dicono di non fare.

Mi sono ripetuta che il problema non era della coppia, il problema ero io.

In un fomento masochista, decisi che dovevo cambiare il mio atteggiamento, fare quello che per anni non avevo fatto, diventare chi non ero.

La prima cosa che mi venne in mente fu di affidarmi anima e corpo a diventare la moglie che non ero mai stata.

Dovevo non essere me e modificare, perlomeno superficialmente, chi ero, per fare il miracolo e tirare avanti un matrimonio, di cui come avevo detto sopra, sentivo la fine.

Qui arriviamo alla parte pratica, al “COME”, e io, illuminata da quel Dio di cui non credo, feci memoria di tutti gli articoli, di famiglia cristiana, che non avevo mai letto.

[ Famiglia Cristiana: Un settimanale a cui i miei genitori e mia nonna sono abbonati da tempi immemori, giornaletto che usavo solo per guardare i programmi tv e le scarpe da comprare in sanitaria. Da piccola facevo le parole crociate, la mia conoscenza di famiglia cristiana finisce qui. ]

Non sapendo niente di quello che in verità famiglia cristiana consiglia, decisi di inventare, perché tanto, alla fine, con la fantasia sono sempre stata brava.

Mi inventai dunque che alla base di una perfetta moglie cristiana (che non ero) che tenta di salvare il matrimonio (il mio ndr), c’è la cura della casa.

Iniziai dunque a lavorare per comprare cose che avrebbero reso una casa che odiavo, nel perfetto nido d’amore che necessitavo.

Copiai paro paro le case delle mie amiche.

Siccome io amo le case asettiche, quelle tutte bianche, che hanno tre mobili, quelle che lavi e spolveri in una mezzora massimo, decisi di sopprimere il mio gusto minimal e darmi al ethnic chic.

D’altronde vivevo in India, non potevo fare altro.

Comprai statue di divinità, portagioie di avorio, un fantastico tavolino, che ammiravo come se l’avessi fatto io, e, non lo nascondo, spesso uscivo di casa solo per ritrovarlo lì.

Iniziai a cucinare. Merda vegetariana, come la amava chiamare, ed io di parole amorevoli ne andavo ghiotta.

Decisi di comprare coperte nuove, sempre ethnic chic, sempre usando quei tre soldi che prendevo, dicendo alla gente che uno stile di vita sano e spirituale li avrebbe salvati da una vita di merda, il tutto mentre io compravo robaccia solo per non affrontare il presente.

Furono mesi divertenti, spesi tutti i miei piccoli stipendi, per agghindare una casa che odiavo, con roba etnica che faceva assomigliare casa mia ad un brutto mercatino equo e solidale.

Mi atteggiavo a grande signora, esattamente come quando sei piccola e giochi a mamma casetta.

Non so se fu un caso, ma come insegna Deepack Choopra il caso non esiste, è l’universo che ti vuole dire qualcosa. Beh insomma, alla fine dell’addobbo, quando non c’era più niente da comprare, quando finirono le ricette della perfetta moglie (merda vegetariana ndr) quando le coperte non servivano più, io mi ritrovai così, senza più niente da aggiustare, con tutto comunque rotto.

Ed iniziarono ad arrivare i topi.

Non in senso figurato, trovai i topi in casa.

Mi guardai intorno e decisi di andare via.

Chissà, magari se avessi letto più attentamente famiglia cristiana avrei avuto idee migliori.

Birre, psicologia e autolesionismo

Un giorno un ragazzo che una volta mi piaceva disse, con tono tranquillo che secondo me nascondeva una vena di saccenteria.

– E non venitemi a dire il contrario. –

Insomma.

Disse.

“è una birra molto beverina”

e io in quell’esatto momento decisi che non mi piaceva più.

Io odio la parola “beverina” perché la maggior parte della gente la usa per dire tutto e niente o per mascherare una sottile spocchia.

Spocchia fuori luogo quando scopri che la maggior parte di loro si ritrova sempre nello stesso bar con le stesse persone a parlare di tette culo figa.

[Argomento che metto nella top list dei miei preferiti di sempre. Ma se inizi devi farlo con stile precisione e apportando argomenti validi. E nella discussione non ammetto persone che usano il termine beverina.]

Ragion per cui non ho partecipato più alla conversazione. Mi sono annoiata con ferma decisione.

Non so se questo avere uno schema, una tabella di parole che le persone non devono dire sia una cosa. Un sintomo. Una conseguenza del sapere esattamente cosa voglio (cosa abbastanza improbabile) o una finta scusa per eliminare chi in realtà aveva già eliminato me.

Mentre penso tutto questo la psicologa mi sta guardando e mi dice cose che dovrei ascoltare.

Lei sa che la guardo e non la sento. Non si arrabbia mai. Tranne quando mi crogiolo nella disperazione.

Insomma.

La mia psicologa direbbe che forse sto facendo dei passi avanti. E provo sempre meno ad autoflagellarmi. Riempiendomi di colpe che in realtà non ho.

E sono diventata grande.

Non posso più nascondere la mia patologia, quella che non mi permette di accettare gli abbandoni.

Quindi ho deciso di rispettare, a differenza di prima, la tabella delle parole da non dire.

Credo sia soddisfatta.

Nella tabella (delle cose da non dire) ci sono ovviamente parole inutili. Così da tenere aperta la porta a tutti quei casi umani (me compresa, non ho la presunzione di tenermi fuori da quell’infausto gruppo).

Divago.

Dicevo

Tutti quei casi umani che non usano parole come beverina ma che ne so, hanno un passato da violenti, un presente da fascisti e un futuro incerto. Come la canzone.

Ma in quel bar con questo tipo che diceva cose che forse sapeva, mi sono accorta di come sia facile per me fare in modo che mi piaccia e non mi piaccia più qualcuno. Ed è un gioco fantastico. Che spero di non fare mai più

Perché obbligarsi a trovare cose piacevoli in qualcuno, quando sai bene che ti sta facendo solo male, è il dolce a fine pasto degli autolesionisti. Altra categoria di cui non solo sono iscritta, ma sono, anche, un’accanita partecipe.

Insomma.

Faccio tutta questa autoanalisi nel giro di due minuti, ma quando riferisco tutto alla mia psicologa le parole sembrano meno sensate che nella mia testa.

Non credo lei pensi che guarirò presto.

Lei lo sa che ogni giorno mi costringo a non pensare alla mia vita passata.

Lei lo sa che in fondo penso ancora che tutto sia colpa mia e che tutto sia dovuto a me.

E lo sa che mi metto al centro del mondo per avere un motivo per cui disperarmi.

Lei lo sa e spera, che un giorno starò meglio.

E lo spero anch’io. Infondo.

Non ho preso la birra che volevo. Che era quella beverina.

E adesso ho mal di stomaco.

Ma il processo di fedeltà a se stessi è duro e doloroso.

Non berrò mai più con te.

E questo è un sollievo.