Un’altra piccola crisi

Mi siedo in questa sedia di ferro battuto, proprietà di questo bar che dovrebbe essere chic o medio chic o finto chic, non l’ho ancora capito.

Mi siedo convinta che non mi sarei divertita e non faccio niente per cambiare idea.

Iniziano tutti a parlare di attori italiani degli anni ottanta, fingo di non conoscerne nessuno. In realtà li conosco tutti, li ho studiati, so che scuole hanno fatto, perché sono famosi, la poetica bla bla bla.
So tutto.
Fingo.

In realtà loro non li conoscono, e non mi interessa contraddirli, voglio che continuino a parlarne, elevando la conversazione per finta.
Un rito.
Una sorta di pavone che apre la coda per farsi vedere dalle femmine.

Mi piango addosso, ma non lo faccio vedere.

Li ascolto e lentamente li giudico tutti, con rabbia e cattiveria, e non ci provo neanche a non farmi notare. Ordino un cocktail, ipercostoso, che forse non mi piacerà, e lo faccio proprio perché voglio rovinare la serata, a tutti.
Non so perché lo faccio.

E ascolto queste informazioni sbagliate su un attore che mi piace tanto. Non hanno mai guardato un suo spettacolo,
lo sapevo.
Che ridere.
Che odio.

E mi piango addosso.

Perché sono uscita di casa?

In realtà mi hanno fatto un favore.
È perché sto male,

[portiamola fuori come se fosse un cane, diamole aria come si fa con le coperte.]

E io non ci riesco neanche a volergli quel po’ di bene, quel po’ di bene che basterebbe a correggerli, a dirgli che hanno detto cose sbagliate

-e state attenti con le ragazze che magari ve ne capita una che le cose le sa e voi come fate?-

Non lo so. Non mi interessa.

Mi arrabbio, mi alzo e mi risiedo.
In bagno sento altre frasi, inutili, di persone che non conosco. Continuo a bere. Mi lasciano fare. Evidentemente non sto abbastanza male per essere fermata.

Sento nella mia testa come se ci fosse un’altra me che deve odiare, che deve odiarli tutti.
Sento nella mia testa come qualcosa che spinge verso il basso e non deve uscire e io non capisco più cosa dicono. Mi sdoppio e mi vedo da fuori e vedo che la mia rabbia appare come una forza disperata, sono io che lotto contro di me e non so come fare.
Perdo comunque.

Mi allontano un attimo. Mi siedo distante e inizio a pensare che non mi ricordo più le facce delle persone che una volta per me erano importanti. Sbiadisce tutto sotto a questo peso di cattiveria che non so come buttare fuori.

E non mi sento più.

Mi alzo e torno a sedermi.
Ho avuto una piccola crisi e nessuno l’ha notata o nessuno ha voluto notarla e io mi sento meglio.
Ho ancora tanta cattiveria che non so a chi riversare.
Per questo ne parlo a lei dottoressa.
E lo so che non sto andando bene.

Però almeno non me ne sono andata.

60 minuti di parole

Guardo la mia terapista, in questa stanza tutta bianca di un consultorio di paese, perché non li ho i soldi per prendermi cura di me stessa, ma ho bisogno di lei.

Ed entro in questo edificio, nella speranza di non trovare nessuno, ma anche di trovarli, perché sono stanca di chi mi dice che mi trova bene, bella, in forma. Quando in realtà non sto bene, non mi sento in forma, e mi sento tutta rotta.

Beh.

Mi siedo e mi chiede di spiegarle cosa ho provato quando mi sono lasciata.

E io glielo dico.

La prima volta è stato come se qualcuno mi rompesse tutta da dentro, era un sentimento freddo, ma io allo stesso tempo sentivo caldo. Non riuscivo più a respirare, eppure respiravo, e non capivo come fosse possibile. Poi non trovavo più le idee, le parole, era come se tutto fosse confuso, ed io non capivo come parlare.

La seconda volta, invece, è stato come se qualcuno mi togliesse la benda dagli occhi, e in un attimo vedessi tutta la miseria,

di una coppia che ormai non ha più niente in comune, e il male che ci stavamo facendo a vicenda era una massa informe, liquida, ma semi solida allo stesso tempo. Era come petrolio nel petto, e noi non respiravamo più, ma per davvero questa volta.

Poi ho provato solo tanto male.

Un dolore fisico, fisso, nella testa, e nel petto, ed una stanchezza. Era come se non avessi dormito da anni, e volevo solo stare ferma.

Mi sono chiesta quando dolore è disposta a sopportare una donna sposata prima di capire che è arrivato il momento di dire basta, di fermarsi, di lasciare andare le redini di qualcosa che ormai non cammina neanche più.

E mi sono risposta che io ero pronta a sopportare di tutto.

Ero pronta a mettere me stessa, le mie capacità e la mia istruzione in ultimo piano. Pur di essere il soprammobile preferito, di qualcuno che i soprammobili non li vedeva e probabilmente non li aveva mai sopportati.

C’è un momento,

signora psicologa,

in cui tutti ci sentiamo così male, che ci rendiamo conto che non ce la facciamo più, e io in quel dolore ci ho sentito un po’ di sollievo. Sollievo perché ero costretta a cambiare. E anche se non sapevo bene cosa, mi sono costretta ad alzarmi, raccogliere i miei stracci ed andarmene.

Dove?

Qui, in questa stanza bianca, 60 minuti di parole a una persona con un golfino che mi guarda, ha la fede al dito, chissà che lavoro fa suo marito. Chissà se anche lui la guarda ancora, chissà se sono felici. Io spero di sì.

Ci vediamo settimana prossima, stessa ora, stesso giorno.

Questa volta non metterò gli occhiali scuri quando esco. Spero che mi vedano uscire dalla porta. Così in paese si spargerà la voce che sto male veramente.

E tutti mi crederanno.

Mysore senza frontiere

Mysore 2018

Non riesco a fingere di non vedere questa ragazza francese e sono costretta a salutarla.

Cerco di reprimere l’odio atavico verso di lei in quanto francese. Odio scatenato da giochi senza frontiere. Programma in cui, inutile dirlo, i francesi baravano spudoratamente e noi, poveri italiani, soccombevamo con ingiustizia.

Insomma.

La tipa francese indossa una di quelle collane che vende la tipa indiana a prezzi imbarazzanti ma non troppo. Ce l’hanno tutte. La comprerò anch’io. Ad un prezzo stracciato perché non ho soldi. Ma, ormai, pur di avere un amuleto spacciato per protettore, sono pronta a tutto, anche all’acqua santa.

Saluto questa tizia con esagerato entusiasmo e non capisco perché chi fa yoga debba avere vestiti costosi. Io, prima di venire qui, sono entrata alla decathlon con trenta euro e ho raschiato il fondo delle offerte speciali, con qualche capatina al reparto bambino.

Sono vestita come la piccola fiammiferaia, con la capacità di accostare i colori di un qualsiasi accattone.

Fingo serenità anche se sono appena sopravvissuta ad un triangolo avvocata, grande maestro e assistente del grande maestro.
Il tema era spostarmi l’orario. Perché io ho paura, e la cosa sta diventando un po’ troppo pesante. I due guru dello yoga l’hanno capito. L’avvocata mi ha fatto qualche raccomandazione. Io continuo a cagarmi addosso.

La tipa francese forte di tutte le partite vinte a giochi senza frontiere si sente in diritto di tirarmi un super pippone su tutto quello che non va nella sua vita. Il tutto si può ridurre a “il maestro non mi guarda abbastanza”.

Il che è un buon segno se consideriamo lo scandalo che ha investito suo nonno. [del maestro non della francese rompicazzo ndr.]

Non lo dico. Di questo non se ne parla mai.

La ascolto e la rassicuro, come se fosse una pazza.

Ad un certo punto abbasso la guardia, e senza rendermene conto le dico che il mio orario è cambiato. Lei apprende la notizia ma nel suo cervello, e non chiedetemi perché, la rielabora come prova del fatto che il maestro ama me e lei no.

Si incazza.
Davvero.

Si incazza perché non è giusto, anche lei vuole praticare all’alba.
Io la guardo sbalordita e penso che sono qui, in culo al mondo. Quando nel mio paesello di merda tutti si divertono. Nell’unico periodo dell’anno in cui ci si diverte, io non sono lì.

E anziché essere a casa, a fare la vita della perfetta neo separata, sono qui. A fare telefonate triangolari avvocata, maestro, assistente.
Ad ascoltare giovani pazze ed indiani con approcci più o meno paurosi.
A trasportare tappetini che pesano quintali. Io che nell’ultimo anno ho perso dieci chili e adesso sono trasparente.

Francese, cazzo, non vedi che non sto bene?

E vorrei prendere tutti i suoi amuleti e richiamare all’ordine tutte le divinità indiane come in una grande seduta spiritica e chiedergli perché, e da quanto tempo, si vendono così alla donna occidentale che palesemente non li merita.

Un delirio religioso.

Un delirio che reprimo, non tanto per capacità spirituale ma più che altro per mancanza fisica.

Perché la donna che fa yoga, incapace di osservare che si sta lamentando con qualcuno che non sta bene è un cliché a cui io ho aderito per anni. E adesso che mi ci trovo in mezzo mi sento solo sfiancata e stanca.

Saluto la tipa, con un sacco di cerimonie.

Torno a casa e mangio biscotti e patatine. In una crisi bulimica.

I giochi senza frontiere, in India, sono più duri che mai.


E i francesi continuano a vincere.

Lo stereotipo dei bianchi che fanno yoga

Il cambiamento climatico ci costringe a stare in India ostaggi di acquazzoni improvvisi, in una stagione in cui, secondo i miei puntigliosi ricordi, solitamente regna il sole.

Piove

e noi dotati di vecchi e raccapriccianti motorini, che fotografiamo felici e orgogliosi, siamo costretti a pregare divinità sconosciute e non, consci del fatto che i nostri cessi a pedali non resisterebbero ad un acquazzone improvviso, e noi, di rimanere fermi per strada, non ne abbiamo voglia.

A questo sto pensando mentre mi godo una fantastica mattina a letto, per me è tardi, sono le sette, mi crogiolo in un silenzio innaturale e decido, in uno slancio di immotivata iperattività, di dirigermi nella baracca di fronte casa. Sicura di non trovarci nessuno, perché io e solo io, ho osato saltare la lezione.

Arrivo in questa bottega gestita da un uomo molto simpatico, che ha fatto i soldi esponendo il suo cibo per quello che è, roba indiana cucinata al momento in una situazione igienico-sanitaria scarsa. Non mi spiego perché gli altri studenti preferiscano questa baracca alle altre, o perché, a detta loro, questa sia un po’ meno a rischio delle altre. Decido di godermi il dubbio e mi siedo, sola, come una cagna abbandonata, felice di essere scappata da un branco che non amava più.

Mi siedo dunque distante da tutti, e guardo l’orizzonte formato da mucche selvatiche, gente che le munge a caso e indiani che fumano.

Mi sento più o meno in pace con me stessa, quando lesto come solo i bianchi sanno essere, mi si avvicina un praticante di yoga.

Il problema con lo yoga in India è che è praticato dal 95% da persone bianche. Nell’Ashtanga yoga le persone bianche solitamente si dividono in: persone mezze traumatizzate a causa dei genitori, persone con un passato di dipendenza, persone traumatizzate da ex poco gentili. Questi gruppi si mescolano fra loro creando un diagramma di Venn del disagio, in cui io, persona nera, li guardo e mi chiedo perché sono qui.

Posso dire di aver trovato buoni amici nel mondo dello yoga, non posso dire che siano tanti. Perché la persona bianca che fa yoga solitamente non dialoga ma monologa.

Pipponi enormi in cui parla della sua vita, delle sue sfighe, delle sue problematiche. Dei suoi punti deboli resi punti di forza durante un percorso travagliato, chiamato workshop da (inserisci nome di insegnante famoso) in un isola figa, al modico prezzo di 1000 dollari a mezza giornata.

E tu sei lì che pensi, ai centesimi raggranellati nel fondo della borsa per pagare una cosa ridicola come birra peroni a 95 cent. E la persona bianca non sa che tu vieni da un posto chiamato Veneto, in cui l’alcol, la bestemmia e la carne suina sono di casa come la puja lo è in India. Quindi ti parlerà della sua dieta salutista, del suo amore per una divinità a caso e ti inviterà a fastidiosi canti di gruppo.
Agghiaccianti momenti di puro cultural appropriation, in cui schiere di bianchi cantano cose da indiani, vestendosi da indiani, come se fosse un karaoke di carnevale.

Poi arrivano immancabilmente le domande senza tatto, perché le persone bianche che fanno yoga sono solitamente persone elevate da qualsiasi possibilità di decenza. E io rispondo stancamente, a cose che non vorrei dire, sì faccio yoga da tot tempo, no non ho ricevuto la grande illuminazione dal maestro, sì sono nera ma sono italiana, sì ho un divorzio e sì yoga mi è stato d’aiuto ma la terapia di più.

Mi sento impotente come all’asilo quando i bulli mi bullizzavano ma io, che avevo già appreso il significato di omertà, non volevo fare i nomi dei miei aguzzini. Così la suora e mia madre mi accusarono di inventarmi le ingiurie che in realtà i bulli mi dicevano.

Rivedo la mia infanzia costernata da bianchi e zero rappresentanza, rivedo un mondo ingiusto e non so come sia possibile che succeda continuamente a me. Perché? Perché non ho fatto qualcosa di più normale? Tipo insegnante di salsa?

Questo mio enorme monologo interiore accompagna una conversazione tutta uguale con questo tipo dal nome americano e la faccia dell’amico di scooby doo. Mi alzo con una scusa.

Mi sono rovinata la colazione.

Gli indiani mi guardano e mi sorridono perché questa mattina il pippone dal tipo me lo sono sorbito io.

Sono scaltri gli indiani.

Prendo il motorino

e ovviamente inizia a piovere.

L’inutile falsità tipica della provincia.

Mi sveglio e mia nonna parla alle galline come nella pubblicità. Il sole sorge dalla parte della mia camera. La camera è mia fin dai tempi delle medie. E ogni risveglio è un pugno in faccia, il ricordo che io da qui non mi sono, in realtà, mai mossa.

Comunque.

Mi sveglio e mia nonna parla alle galline. Mia nonna dice che lei mi ha sempre amata, e non di un amore suo, ma di un amore da film, perfetto, tipo la nonna dei cartoni animati.

I suoi racconti stridono con i miei ricordi reali e con i fatti raccontati da mia madre.
Ma qui, in provincia, giochiamo sempre a chi fa più finta.

La mia vicina di casa canta sempre, e lei non fa finta, lei è felice, credo, sempre. E questo mi provoca gioia.
Negli anni del matrimonio mi provocava anche ansia, e un senso di inadeguatezza, perché le sue capacità di essere una brava madre/moglie/vicina/cuoca, stridevano con la mia incapacità di essere più o meno tutto.

Nel paese di provincia però è importante apparire. Casi di persone veramente felici come lo è la mia vicina, sono rari.

Noi provinciali, ci nutriamo di persone che sorridono e poi ti ammazzano il cane. Che ti stringono la mano e poi ti parlano alle spalle.

Io sono particolarmente affezionata a chi sbatte la tovaglia con furore (che bella parola furore), con sguardo attento. A chi va a messa, parla d’amore e compassione e nel momento in cui chiude la porta di casa non si avanza qualche sberla alla moglie.

Mi piacciono le persone che la loro falsità se la portano dentro, in casa, ben nascosti.

E nessuno dice niente, qui in provincia. Saltano matrimoni e lo sai dopo anni, ma le amanti le conoscono tutti.

E siamo tutti di sinistra ma non vogliamo gay in famiglia, non vogliamo i profughi dentro casa e non vogliamo mai dire le cose veramente come stanno, ci nascondiamo, tutti. Continuamente.

Dietro ai nostri bicchieri sempre pieni, e le frasi vuote, e gli amici di una vita che non sanno più cosa dirsi perché, infondo, non sappiamo se essere tristi o felici o tristi e felici.

Perché infine lo sappiamo, che stiamo solo facendo finta tutti. E alla fine non riconosciamo più cosa è vero e cosa no.

Alle volte ho dei momenti in cui scambio le persone e penso che mi vogliano veramente ascoltare o capire o accettare. E in quel momento rompo quel fragile equilibrio in cui la verità si schianta sulla finzione e la rivela per quello che è. Un mondo di plastica costruito per non impazzire in questa bomboniera perfetta di case grandi e tutte uguali, con persone grandi e imperfette.

E io non so come fare.

Intollerabile perdente femminista

“Lei forse non conosce le battaglie femministe che abbiamo fatto in Italia”.

Io la guardo, con occhi sgranati, come direbbero in un romanzo del 900, e cerco di capire cosa non ha notato in me.

Forse non ha ascoltato bene come parlo, eppure mi sembra impossibile, perché il mio accento, marcatamente veneto, dovrebbe escludere qualsiasi dubbio sul fatto che la mia unica nazionalità sia quella italiana.

Allora capisco, l’ha confusa il colore della mia pelle.

Allora ci provo, a dirle che io sono solo italiana, e che sono laureata 110, in tempo, zero ritardi, tutti gli esami apposto. Eppure continua,

forse non sa che le femministe.

E io ci provo, a spiegargli che io le conosco le lotte femministe, che ho guardato tutti i film, documentari, ho letto i libri, io so, quasi, tutto.

Ma lei non mi sente.

E per lo spirito masochista che mi contraddistingue mi metto in discussione.

[Il sentimento di colpa, proprio della religione cristiana, religione che mi ha cresciuta.]

Allora penso.

A cos’ho fatto per essere trattata come una cattiva femminista.

Alla mattina mi ero vestita bene, per mantenere le apparenze, obbligatorie in quel luogo.


E mi ero anche depilata. Forse lei l’aveva notato quel particolare, per quello raggio laser che contraddistingue chi sa che hai fatto qualcosa di antifemminista.

Mi truccavo regolarmente a livelli pro, e forse una brava femminista deve girare sciatta.

Credo. Non ne ho idea.

E in quel momento lei mi chiese se a casa io stirassi regolarmente, (un risolino da parte della persona che mi era vicina).

E mi sentii in colpa, di nuovo,

io dico,

io stiravo all’inizio, ma poi avevamo fatto un patto. E mi fermo.

è cosa?

La prova tangibile che sei una cattiva femminista. La giustificazione.

E allora smetto di dimenarmi, di lottare, mi piego a quello che vogliono loro, dico le cose, sputando veleno, poco a poco e capisco che non ho fatto niente di male.

Che sono una cattiva femminista, di quelle che una volta nella vita hanno detto ad un’altra donna “stupida troia”. Che hanno giudicato, ho votato contro.

Mi sono abbandonata a relazioni disgustose pur di far contenta l’altra persona, ho perso.

È colpa mia. Sono una cattiva femminista.

Sento le piaghe della colpa, non mi interessa i vostro parere.


Inizierò un nuovo movimento. E tu donna con il cardigan non sarai invitata.

Egoismo in pillole

Il momento esatto in cui ho capito che non sarei morta della sindrome da cuore spezzato.

Che fra parentesi, la scienza dice che si può morire ed io che sono ipocondriaca ho pensato che ne sarei morta.

Insomma.

Ho capito che non sarei morta per il mio cuore spezzato in un occasione singolare che ha tirato fuori tutto il mio lato egoista più nascosto, o forse era self preservation, non lo so, ma credo che lo capirò alla fine di questo discorso.

Insomma.

Un anno fa andai in montagna con i miei genitori e gli amici dei miei, una vacanza fra pensionati che a me dava la possibilità di tenere la testa impegnata, come una ragazzina che esce dalla rehab.

Passai una fantastica settimana ad essere insultata perché non giocavo bene a carte, non trovavo i funghi giusti, non camminavo velocemente, e non avevo le scarpe adatte per andare in montagna.

[Ho capito che l’attrezzatura è un must per chi di funghi se ne intende.]

Dunque.

Passai una settimana piacevole, e lo dico veramente, perché forgiare una giovane donna alla montagna è la miglior terapia possibile.

Mi disperai a tratti, ma meglio del solito.

Diciamo che i miei parenti ce la mettevano tutta per non ricordarmi che ero lì con loro e non con il mio ex compagno di una vita, perché lui un’altra vita ce l’aveva già.

Ma il momento esatto in cui capii che non sarei morta per il mio cuore spezzato non fu quando mio zio urlò che le regole di scala quaranta me le stavo inventando, che poi abbiamo controllato sul sito ufficiale ed avevo ragione io.

Il momento esatto fu quando, settimane dopo, mia madre mi disse che era andata in un altro posto, un’altra montagna, con altri parenti, e lì a soggiornare con loro c’era un tizio che come me si stava separando e come me la ex moglie aveva un’altra famiglia, e come me lui aveva completamente perso la brocca.

Stesso modus operandi, fermo in camera a guardare il muro per ore, disperazione, digiuni, frasi sconnesse senza senso, persone a caso che lo controllavano con remissiva puntualità.

Ed esattamente in quel momento mi sono sentita meno speciale nel mio dolore, ho capito che potevo farcela, che non mi era successo niente di diverso da chissà quante persone, e alla fine, forse in qualche modo ce l’avrei fatta.


Mi sono guardata indietro, nei mie ridicoli tentativi di autoflagellarmi e ho riso, una risata un po’ isterica, per eliminare quegli ultimi residui di pazzia che mi tenevano attaccata alla psicologa, una volta alla settimana tutti i venerdì alle ore 13.

Nel momento in cui capii che il mio dolore non era irreparabile stetti meglio.

Mi sono guardata le mani e non c’erano stigmate.

Non ero quella santa martire che tanto mi piaceva autoproclamare.

Ho sistemato la mia camera e sono andata al lavoro.

Sono stata meglio.

Chissà se quel tipo adesso sta meglio.


Quest’anno non andrò a raccogliere funghi.

Misticismo rock

Sto vivendo la fase spirituale, un cliché della donna che sta divorziando.

In realtà non sembra un momento di follia,
[come quando guardavo Paolo Fox e aspettavo passivamente che qualcosa succedesse. O come quando mi iscrivevo a cose pseudo spirituali, o a come quando ero così superstiziosa che facevo solo una cosa o solo l’altra, dipendeva da come mi sentivo quando tutto era andato bene. E non camminavo mai dritta per piazza maggiore, e non potevo fare una strada diversa se avevo un esame.] -Insomma, esempi pratici di tutte le mie fasi pre e post follia.-

Questa fase spirituale è più una pace dei sensi che accompagna la consapevolezza che i miei fallimenti non sono fallimenti ma insegnamenti.
[Tipo quella volta che ho provato a saltare il fossato e ci sono caduta dentro, ecco quello è stato un bell’insegnamento. O quella volta che ho provato a fare più cose alla volta, sfoggiando un multitasking che non ho mai avuto e ho bruciato la cena, o quella volta che ho fatto finta di stare benissimo e invece mi chiudevo a piangere in bagno, perché le mogli devono fare così e tu sei a casa tutto il tempo a non fare un cazzo.]

Ecco, dicevo i miei fallimenti sono insegnamenti.

E non so se il miracolo sia avvenuto grazie a questi, quasi, due anni di psicologa, incontrata a caso in un consultorio perché io non ho i soldi, – ma credo di essere tutta rotta, per cortesia mi aiuti-
Giuro, mi ero presentata più o meno così, e un giorno le dissi: “io sono una giovane appestata, nessuno mi verrà vicino. Nessuno vuole essere contagiato dal mio fallimento”.

Una diva degli anni ’30, un’ipocondriaca del dramma.

Ma dicevo,

dopo quasi due anni, sento che questa pace interiore sta arrivando, e non come un cielo senza nuvole, è una sensazione di leggerezza, non come te la descrivono, non con un sorriso ebete, stampato in faccia, segno distintivo di alcuni miei fratelli yogici.

Penso più che altro ad un bisogno di stare calma, di avere una risposta normale agli stimoli esterni, la consapevolezza che non mi è successo niente di irreparabile.

Ero piccola, guardavo troppa Disney, ho disegnato una storia d’amore che è andata male e pazienza.

Sento che forse è questo il significato di diventare grandi, accettare che la tua vita è unica solo per te stessa, e basta, che siamo solo un insieme di esperienze, che dovrebbero insegnarci qualcosa, e io penso di averla imparata.

Per esempio:

•non farò guardare ai miei figli Ceneretola

•dirò ai miei figli che se salti il fossato c’è una possibilità che ci cadi dentro (e questa sarà anche una metafora per qualche insegnamento, tipo: se provi la droga può essere che ci anneghi dentro).

Esiste veramente questo momento di pace interiore, o è solo una fase?

Ho forse respirato della droga?

Esiste ancora qualcuno che dice “ho respirato della droga”?

Dove sono?

Tavolini e separazioni

Nel momento esatto in cui avevo capito che molto probabilmente il mio matrimonio sarebbe, a breve, finito ho messo da parte anni di lotta femminista e ho fatto quello che tutti ti dicono di non fare.

Mi sono ripetuta che il problema non era della coppia, il problema ero io.

In un fomento masochista, decisi che dovevo cambiare il mio atteggiamento, fare quello che per anni non avevo fatto, diventare chi non ero.

La prima cosa che mi venne in mente fu di affidarmi anima e corpo a diventare la moglie che non ero mai stata.

Dovevo non essere me e modificare, perlomeno superficialmente, chi ero, per fare il miracolo e tirare avanti un matrimonio, di cui come avevo detto sopra, sentivo la fine.

Qui arriviamo alla parte pratica, al “COME”, e io, illuminata da quel Dio di cui non credo, feci memoria di tutti gli articoli, di famiglia cristiana, che non avevo mai letto.

[ Famiglia Cristiana: Un settimanale a cui i miei genitori e mia nonna sono abbonati da tempi immemori, giornaletto che usavo solo per guardare i programmi tv e le scarpe da comprare in sanitaria. Da piccola facevo le parole crociate, la mia conoscenza di famiglia cristiana finisce qui. ]

Non sapendo niente di quello che in verità famiglia cristiana consiglia, decisi di inventare, perché tanto, alla fine, con la fantasia sono sempre stata brava.

Mi inventai dunque che alla base di una perfetta moglie cristiana (che non ero) che tenta di salvare il matrimonio (il mio ndr), c’è la cura della casa.

Iniziai dunque a lavorare per comprare cose che avrebbero reso una casa che odiavo, nel perfetto nido d’amore che necessitavo.

Copiai paro paro le case delle mie amiche.

Siccome io amo le case asettiche, quelle tutte bianche, che hanno tre mobili, quelle che lavi e spolveri in una mezzora massimo, decisi di sopprimere il mio gusto minimal e darmi al ethnic chic.

D’altronde vivevo in India, non potevo fare altro.

Comprai statue di divinità, portagioie di avorio, un fantastico tavolino, che ammiravo come se l’avessi fatto io, e, non lo nascondo, spesso uscivo di casa solo per ritrovarlo lì.

Iniziai a cucinare. Merda vegetariana, come la amava chiamare, ed io di parole amorevoli ne andavo ghiotta.

Decisi di comprare coperte nuove, sempre ethnic chic, sempre usando quei tre soldi che prendevo, dicendo alla gente che uno stile di vita sano e spirituale li avrebbe salvati da una vita di merda, il tutto mentre io compravo robaccia solo per non affrontare il presente.

Furono mesi divertenti, spesi tutti i miei piccoli stipendi, per agghindare una casa che odiavo, con roba etnica che faceva assomigliare casa mia ad un brutto mercatino equo e solidale.

Mi atteggiavo a grande signora, esattamente come quando sei piccola e giochi a mamma casetta.

Non so se fu un caso, ma come insegna Deepack Choopra il caso non esiste, è l’universo che ti vuole dire qualcosa. Beh insomma, alla fine dell’addobbo, quando non c’era più niente da comprare, quando finirono le ricette della perfetta moglie (merda vegetariana ndr) quando le coperte non servivano più, io mi ritrovai così, senza più niente da aggiustare, con tutto comunque rotto.

Ed iniziarono ad arrivare i topi.

Non in senso figurato, trovai i topi in casa.

Mi guardai intorno e decisi di andare via.

Chissà, magari se avessi letto più attentamente famiglia cristiana avrei avuto idee migliori.

Birre, psicologia e autolesionismo

Un giorno un ragazzo che una volta mi piaceva disse, con tono tranquillo che secondo me nascondeva una vena di saccenteria.

– E non venitemi a dire il contrario. –

Insomma.

Disse.

“è una birra molto beverina”

e io in quell’esatto momento decisi che non mi piaceva più.

Io odio la parola “beverina” perché la maggior parte della gente la usa per dire tutto e niente o per mascherare una sottile spocchia.

Spocchia fuori luogo quando scopri che la maggior parte di loro si ritrova sempre nello stesso bar con le stesse persone a parlare di tette culo figa.

[Argomento che metto nella top list dei miei preferiti di sempre. Ma se inizi devi farlo con stile precisione e apportando argomenti validi. E nella discussione non ammetto persone che usano il termine beverina.]

Ragion per cui non ho partecipato più alla conversazione. Mi sono annoiata con ferma decisione.

Non so se questo avere uno schema, una tabella di parole che le persone non devono dire sia una cosa. Un sintomo. Una conseguenza del sapere esattamente cosa voglio (cosa abbastanza improbabile) o una finta scusa per eliminare chi in realtà aveva già eliminato me.

Mentre penso tutto questo la psicologa mi sta guardando e mi dice cose che dovrei ascoltare.

Lei sa che la guardo e non la sento. Non si arrabbia mai. Tranne quando mi crogiolo nella disperazione.

Insomma.

La mia psicologa direbbe che forse sto facendo dei passi avanti. E provo sempre meno ad autoflagellarmi. Riempiendomi di colpe che in realtà non ho.

E sono diventata grande.

Non posso più nascondere la mia patologia, quella che non mi permette di accettare gli abbandoni.

Quindi ho deciso di rispettare, a differenza di prima, la tabella delle parole da non dire.

Credo sia soddisfatta.

Nella tabella (delle cose da non dire) ci sono ovviamente parole inutili. Così da tenere aperta la porta a tutti quei casi umani (me compresa, non ho la presunzione di tenermi fuori da quell’infausto gruppo).

Divago.

Dicevo

Tutti quei casi umani che non usano parole come beverina ma che ne so, hanno un passato da violenti, un presente da fascisti e un futuro incerto. Come la canzone.

Ma in quel bar con questo tipo che diceva cose che forse sapeva, mi sono accorta di come sia facile per me fare in modo che mi piaccia e non mi piaccia più qualcuno. Ed è un gioco fantastico. Che spero di non fare mai più

Perché obbligarsi a trovare cose piacevoli in qualcuno, quando sai bene che ti sta facendo solo male, è il dolce a fine pasto degli autolesionisti. Altra categoria di cui non solo sono iscritta, ma sono, anche, un’accanita partecipe.

Insomma.

Faccio tutta questa autoanalisi nel giro di due minuti, ma quando riferisco tutto alla mia psicologa le parole sembrano meno sensate che nella mia testa.

Non credo lei pensi che guarirò presto.

Lei lo sa che ogni giorno mi costringo a non pensare alla mia vita passata.

Lei lo sa che in fondo penso ancora che tutto sia colpa mia e che tutto sia dovuto a me.

E lo sa che mi metto al centro del mondo per avere un motivo per cui disperarmi.

Lei lo sa e spera, che un giorno starò meglio.

E lo spero anch’io. Infondo.

Non ho preso la birra che volevo. Che era quella beverina.

E adesso ho mal di stomaco.

Ma il processo di fedeltà a se stessi è duro e doloroso.

Non berrò mai più con te.

E questo è un sollievo.