Un’altra piccola crisi

Mi siedo in questa sedia di ferro battuto, proprietà di questo bar che dovrebbe essere chic o medio chic o finto chic, non l’ho ancora capito.

Mi siedo convinta che non mi sarei divertita e non faccio niente per cambiare idea.

Iniziano tutti a parlare di attori italiani degli anni ottanta, fingo di non conoscerne nessuno. In realtà li conosco tutti, li ho studiati, so che scuole hanno fatto, perché sono famosi, la poetica bla bla bla.
So tutto.
Fingo.

In realtà loro non li conoscono, e non mi interessa contraddirli, voglio che continuino a parlarne, elevando la conversazione per finta.
Un rito.
Una sorta di pavone che apre la coda per farsi vedere dalle femmine.

Mi piango addosso, ma non lo faccio vedere.

Li ascolto e lentamente li giudico tutti, con rabbia e cattiveria, e non ci provo neanche a non farmi notare. Ordino un cocktail, ipercostoso, che forse non mi piacerà, e lo faccio proprio perché voglio rovinare la serata, a tutti.
Non so perché lo faccio.

E ascolto queste informazioni sbagliate su un attore che mi piace tanto. Non hanno mai guardato un suo spettacolo,
lo sapevo.
Che ridere.
Che odio.

E mi piango addosso.

Perché sono uscita di casa?

In realtà mi hanno fatto un favore.
È perché sto male,

[portiamola fuori come se fosse un cane, diamole aria come si fa con le coperte.]

E io non ci riesco neanche a volergli quel po’ di bene, quel po’ di bene che basterebbe a correggerli, a dirgli che hanno detto cose sbagliate

-e state attenti con le ragazze che magari ve ne capita una che le cose le sa e voi come fate?-

Non lo so. Non mi interessa.

Mi arrabbio, mi alzo e mi risiedo.
In bagno sento altre frasi, inutili, di persone che non conosco. Continuo a bere. Mi lasciano fare. Evidentemente non sto abbastanza male per essere fermata.

Sento nella mia testa come se ci fosse un’altra me che deve odiare, che deve odiarli tutti.
Sento nella mia testa come qualcosa che spinge verso il basso e non deve uscire e io non capisco più cosa dicono. Mi sdoppio e mi vedo da fuori e vedo che la mia rabbia appare come una forza disperata, sono io che lotto contro di me e non so come fare.
Perdo comunque.

Mi allontano un attimo. Mi siedo distante e inizio a pensare che non mi ricordo più le facce delle persone che una volta per me erano importanti. Sbiadisce tutto sotto a questo peso di cattiveria che non so come buttare fuori.

E non mi sento più.

Mi alzo e torno a sedermi.
Ho avuto una piccola crisi e nessuno l’ha notata o nessuno ha voluto notarla e io mi sento meglio.
Ho ancora tanta cattiveria che non so a chi riversare.
Per questo ne parlo a lei dottoressa.
E lo so che non sto andando bene.

Però almeno non me ne sono andata.

Spiritismo queer

Non sei neanche entrata nella mia vita eppure mi hai fatto male.

Ed è curioso il fatto che io ne parli con diecimila anni di ritardo. E forse non è curioso per niente. Non è che posso sapere tutto.

Bevevamo ancora alcolici scaduti e non avevo neanche iniziato a pensare alle allergie, le intolleranze, o qualsiasi cosa diventata importante dopo.

Ti sei presentata a casa mia con una valigia in mano, un sacco di dubbi, come li chiamavi tu, e basta.

Non mi hai neanche chiesto niente, mi hai lasciato ancora meno.

Non so se i tuoi capelli mi piacevano, presumo di no. Un anno fa ho sentito il tuo profumo in America e mi sono ricordata tutto.

Ti sei attaccata come quando alle elementari ci chiedevano di darci la mano per stare in fila indiana. Non ti ho neanche vista arrivare, ti ho trovata lì, davanti alla porta, con la valigia e dei capelli che forse non mi piacevano.

Non so dire cosa sia successo. Io so che per un periodo molto limitato di tempo, ho avuto l’illusione di essere capita, ho pensato che forse tu mi credevi e sentivi esattamente quello che sentivo io.

E sembrava che tutto avesse un senso, per mano, come in fila indiana, io che ti dicevo cose, e ti mandavo canzoni e forse pensavo che finalmente era questo quello che dovevo provare.

In un mondo in cui non mi ricordo se pagavo i messaggi che ti mandavo o no.

Chissà se esiste un nome per quello che pensavo di essere. Chissà se tu ci davi un nome. Non credo, anzi, non mi faccio illusioni.

Nel momento esatto in cui ho pensato di non essere più un animale raro, una specie estinta. Nel momento in cui mi sentivo pronta per fare parte di un branco, che poi era formato solo da te. Ecco, in quel momento. La fila indiana è finita e tu mi hai lasciato la mano. E io non ero neanche più convinta del fatto che tu me l’avessi data di tua spontanea volontà. E io, solo adesso me ne rendo conto, mi sono sentita persa.

È come se mi avessero tagliato qualcosa, ed era molto ridicolo perché tu mi dovevi solo tenere la mano. E cristo, non sei riuscita neanche a farlo.

Non c’era più un branco, non c’era niente, ero rimasta da sola, con questa consapevolezza che l’unica persona che volevo con me in realtà aveva completamente cambiato specie. Ed io non sapevo più come fare, per tornare indietro. Ormai puzzavo di te, di quel tuo profumo che a diecimila anni ancora ricordo. E quei capelli orribili.

Mi sono ripresa in fretta, forse per davvero o forse per finta, non lo so. Questo per dimostrare quando il mio spirito di sopravvivenza vinca su tutto.
Ogni tanto ti rivedo. A intervalli regolari di anni.
Non ci salutiamo mai.
Facciamo finta di non conoscerci e a tutte e due va bene così.
Perché forse, infondo, non ci riconosciamo più davvero.

Se tornassi indietro non ti farei mai più entrare, in casa mia.
Sarebbe il mio primo vero atto di egoismo.

Mi hai spezzato il cuore.

Il ragazzo di sinistra

Mi siedo davanti a questa persona che un po’ conosco e un po’ no. In questo bar di profonda provincia, che nessuno troverebbe mai, e credo sia questo il motivo per cui è considerato cool. Ma in realtà non è cool per niente.

La frase al limite del maschilismo arriva dopo poco, breve, nascosta da un sacco di parole e prese di posizioni considerate di sinistra. E il suo essere di sinistra è un po’ l’unico motivo per cui mi trovo qua. In questo bar dimenticato da tutti, che fa molto cool.

La frase che mi fa capire che io sono seduta davanti a lui perché il mio essere non bianca rappresenta ai suoi occhi il massimo della trasgressione, per un maschio bianco eterosessuale cisgender nato e cresciuto in un ambiente di bianchi. Ecco la frase che mi fa capire che io per lui non sono altro che un trofeo da esibire alla gara delle persone più di sinistra, la frase, mi colpisce come se fosse uno schiaffo in faccia.

Dolce post-it, che mi ricorda quanto sia difficile trovare qualcuno di sinistra che ti tratta per quello che sei. Una persona nera, nata e cresciuta in un contesto di persone bianche, come lo è d’altra parte la mia cultura.

Lo guardo, senza più ascoltare quello che dice e vedo riflessi nei suoi occhi i sogni, di lui, giovane rivoluzionario, che come atto di ribellione a non so chi, mi porterà nei posti più in voga. Mostrandomi ai presenti come un cane di razza, la medaglia finale del perfetto ragazzo di sinistra. Perché lui non ha paura di uscire con una persona nera.

Me lo vedo, che sogna già una fusione di razze, tipo film americano in cui la famiglia del bianco diventa amica di quella della nera, con non poche vicissitudini. E me lo immagino che pensa al prossimo post di Facebook da postare, in cui fra le righe ricorderà a tutti che lui è uno di noi, lui può parlare per noi neri perché appunto è assieme ad una sorella.

Non mancheranno prese di posizione contro il razzismo, dette al mio posto, così da proteggermi da un mondo cattivissimo. Arriverà precisa anche la medaglia al valore del perfetto ragazzo di sinistra, quando sprezzante del pericolo sfilerà alle manifestazione per la cittadinanza. Lo guardo e vedo brillare nei suoi occhi il coraggio di chi non si vergogna di stare nel piccolissimo bar di provincia con una ragazza nera, che poi chi se ne importa se parlo dialetto veneto meglio di lui, ho studiato di più di lui in Italia e non conosco altra cultura che questa.

Mi meraviglio e mi rendo conto che la scelta del bar di merda, in culo ai lupi, finto cool e un po’ finto alternativo, non è stata un scelta a caso, fatta da te ragazzino che prendi un po’ troppi tranquillanti alla sera. No, tu l’hai fatto perché questo buco di culo è frequentato da amici tuoi, di destra e finta sinistra, così si spargerà la voce, e tu sarai incoronato medaglia al coraggio. E io di nuovo per te non sono altro che una cosa da esibire, per dimostrare al mondo quanto tu sia aperto al cambiamento. E il cambiamento sarei io.

Finisco questa lunga riflessione e non ascolto una parola di quello che dici, mentre ti alzi a prendere dell’altra birra artigianale che sa di culo, io ammicco a un tipo palesemente di destra, e riallineo tutto così. Facendo scempio di me stessa, circondandomi di persone di dubbio gusto.

Solo per mantenere qualcosa da dire a lei, dottoressa, che pago cinquanta euro a seduta.

Mi è mancata durante la quarantena.

Mi aiuti.

Dire no ai matrimoni nello yoga

Ci dirigiamo tutti in questa sala enorme addobbata con fiori, corone e santini.
La versione New Age, e molto più grande, di una normale casa di una vecchia.

Ci sediamo per terra.

Non curanti del fatto che la nostra schiena ci chiede perché? Perché devi continuamente farmi questo? Non ho risposte.
Credo sia un sentimento vicino al masochismo, un mancato soddisfacimento di qualche istinto vicino alle tecniche bdsm, non ne ho idea, ma lui, il nostro grande maestro, risponderà a tutti i miei dubbi. Dubbi e perplessità, come ama dire il consulente finanziario di famiglia.

Ci sediamo sui nostri scomodi tappetini, acquistati a prezzi esagerati, tutti uguali, degli stessi colori. Le coreane ci scrivono il loro nome sopra, segno evidente di una superiorità intellettiva.

Io non lo faccio.

Perché ripongo una fiducia infinita nell’essere umano, e perché ne ho già perso uno perciò conto nella non ripetitività della sfiga.

Inizia a parlare e la maggior parte della gente sembra assorbita, tipo quando le streghe di Ocus Pocus incantarono i genitori dei protagonisti e li mandarono in trans. Essendo io una bambina impaurita dalle streghe, mi chiedo se il mio insegnante abbia la capacità di mandarmi in trans. Non credo.

Mi decido finalmente ad ascoltarlo.

I primi minuti li perdo, perché sono presa a fare commenti insensati nella mia testa. Poi mi perdo perché son semplicemente stanca. Ascolto cose interessanti e cose meno interessanti, cose di cui non posso parlare ovviamente, per il patto che sugelliamo appena entriamo nello stanzone. Quello che succede nel fight club resta nel fight club.

Decido di ascoltare per davvero e lui sta parlando dell’importanza di vivere con un’altra persona che fa yoga.
Questo cattura la mia attenzione.

Perché, tolti pochi famosi casi di persone che fanno yoga e vivono assieme senza diventare la brutta copia di Olindo e Rosa, di solito nessun insegnante si accoppia con un praticante di yoga.

Noi tutti, insegnanti di yoga, sappiamo, per tacito accordo, che è ok fare amicizia, è ok avere brevi flirt ma il compagno della vita te lo devi trovare nel mondo vero. Un mondo fatto di discorsi che esulano dalle posizioni, spiritualità, fiori, alimenti vegani e cose salutiste.

Tutte noi sappiamo che la persona che ci accompagnerà nel letto di morte è una persona che guarda alle nostre sveglie mattutine con rispetto e incredulità, è una persona che il giorno prima della luna ci accompagna al bar a bere vino. È una persona che ai nostri attacchi di crisi mistica risponde con obiettività, tipo “Michela, ma che cazzo stai dicendo?”.

E lo sappiamo perché, nessuno di noi, insegnati di yoga, potrebbe sopravvivere con una persona che alterna momenti di grande felicità a moneti di grande down, accusando, non se stesso, ma le fasi lunari.

Noi sappiamo che non possiamo vivere con una persona che sostiene i nostri cambi di dieta alimentari basati sui consigli di persone più o meno qualificate, in una scala che va da Donna Moderna a Wanna Marchi.

E non è un segreto, è un fatto.
Noi tutte per un periodo breve o brevissimo abbiamo provato a emulare quelle coppie famose di yoga che ce l’hanno fatta.
Emulazioni che sono sfociate in situazioni più o meno grottesche, con il plus che ogni anno rivedrai la faccia del tuo più o meno ex, e dovrai far finta di essere felice e polite.

Perché noi insegnanti di yoga non proviamo sentimenti quale il risentimento o l’aberrazione.

Come posso allora crederti maestro? Come posso dire sì, hai ragione, dobbiamo accoppiarci fra noi, come dei consanguinei che poi daranno alla luce figli con code di maiali?

Decido di immolarmi, e fargli questa spigolosa domanda. Ma nel momento in cui tremante alzo la mano, mi accorgo che nell’enorme stanzone non c’è più nessuno.

Da quanto tempo sto parlando da sola? Quando se ne sono andati tutti?

Vedo in fondo alla sala un ragazzo che come me si è perso nei propri pensieri.

Per un attimo penso che potrebbe essere il mio principe azzurro.

Mi accorgo che non sta come me sognando ad occhi aperti, ma sta pregando.

Maledetti insegnanti di yoga.

Intollerabile perdente femminista

“Lei forse non conosce le battaglie femministe che abbiamo fatto in Italia”.

Io la guardo, con occhi sgranati, come direbbero in un romanzo del 900, e cerco di capire cosa non ha notato in me.

Forse non ha ascoltato bene come parlo, eppure mi sembra impossibile, perché il mio accento, marcatamente veneto, dovrebbe escludere qualsiasi dubbio sul fatto che la mia unica nazionalità sia quella italiana.

Allora capisco, l’ha confusa il colore della mia pelle.

Allora ci provo, a dirle che io sono solo italiana, e che sono laureata 110, in tempo, zero ritardi, tutti gli esami apposto. Eppure continua,

forse non sa che le femministe.

E io ci provo, a spiegargli che io le conosco le lotte femministe, che ho guardato tutti i film, documentari, ho letto i libri, io so, quasi, tutto.

Ma lei non mi sente.

E per lo spirito masochista che mi contraddistingue mi metto in discussione.

[Il sentimento di colpa, proprio della religione cristiana, religione che mi ha cresciuta.]

Allora penso.

A cos’ho fatto per essere trattata come una cattiva femminista.

Alla mattina mi ero vestita bene, per mantenere le apparenze, obbligatorie in quel luogo.


E mi ero anche depilata. Forse lei l’aveva notato quel particolare, per quello raggio laser che contraddistingue chi sa che hai fatto qualcosa di antifemminista.

Mi truccavo regolarmente a livelli pro, e forse una brava femminista deve girare sciatta.

Credo. Non ne ho idea.

E in quel momento lei mi chiese se a casa io stirassi regolarmente, (un risolino da parte della persona che mi era vicina).

E mi sentii in colpa, di nuovo,

io dico,

io stiravo all’inizio, ma poi avevamo fatto un patto. E mi fermo.

è cosa?

La prova tangibile che sei una cattiva femminista. La giustificazione.

E allora smetto di dimenarmi, di lottare, mi piego a quello che vogliono loro, dico le cose, sputando veleno, poco a poco e capisco che non ho fatto niente di male.

Che sono una cattiva femminista, di quelle che una volta nella vita hanno detto ad un’altra donna “stupida troia”. Che hanno giudicato, ho votato contro.

Mi sono abbandonata a relazioni disgustose pur di far contenta l’altra persona, ho perso.

È colpa mia. Sono una cattiva femminista.

Sento le piaghe della colpa, non mi interessa i vostro parere.


Inizierò un nuovo movimento. E tu donna con il cardigan non sarai invitata.

Egoismo in pillole

Il momento esatto in cui ho capito che non sarei morta della sindrome da cuore spezzato.

Che fra parentesi, la scienza dice che si può morire ed io che sono ipocondriaca ho pensato che ne sarei morta.

Insomma.

Ho capito che non sarei morta per il mio cuore spezzato in un occasione singolare che ha tirato fuori tutto il mio lato egoista più nascosto, o forse era self preservation, non lo so, ma credo che lo capirò alla fine di questo discorso.

Insomma.

Un anno fa andai in montagna con i miei genitori e gli amici dei miei, una vacanza fra pensionati che a me dava la possibilità di tenere la testa impegnata, come una ragazzina che esce dalla rehab.

Passai una fantastica settimana ad essere insultata perché non giocavo bene a carte, non trovavo i funghi giusti, non camminavo velocemente, e non avevo le scarpe adatte per andare in montagna.

[Ho capito che l’attrezzatura è un must per chi di funghi se ne intende.]

Dunque.

Passai una settimana piacevole, e lo dico veramente, perché forgiare una giovane donna alla montagna è la miglior terapia possibile.

Mi disperai a tratti, ma meglio del solito.

Diciamo che i miei parenti ce la mettevano tutta per non ricordarmi che ero lì con loro e non con il mio ex compagno di una vita, perché lui un’altra vita ce l’aveva già.

Ma il momento esatto in cui capii che non sarei morta per il mio cuore spezzato non fu quando mio zio urlò che le regole di scala quaranta me le stavo inventando, che poi abbiamo controllato sul sito ufficiale ed avevo ragione io.

Il momento esatto fu quando, settimane dopo, mia madre mi disse che era andata in un altro posto, un’altra montagna, con altri parenti, e lì a soggiornare con loro c’era un tizio che come me si stava separando e come me la ex moglie aveva un’altra famiglia, e come me lui aveva completamente perso la brocca.

Stesso modus operandi, fermo in camera a guardare il muro per ore, disperazione, digiuni, frasi sconnesse senza senso, persone a caso che lo controllavano con remissiva puntualità.

Ed esattamente in quel momento mi sono sentita meno speciale nel mio dolore, ho capito che potevo farcela, che non mi era successo niente di diverso da chissà quante persone, e alla fine, forse in qualche modo ce l’avrei fatta.


Mi sono guardata indietro, nei mie ridicoli tentativi di autoflagellarmi e ho riso, una risata un po’ isterica, per eliminare quegli ultimi residui di pazzia che mi tenevano attaccata alla psicologa, una volta alla settimana tutti i venerdì alle ore 13.

Nel momento in cui capii che il mio dolore non era irreparabile stetti meglio.

Mi sono guardata le mani e non c’erano stigmate.

Non ero quella santa martire che tanto mi piaceva autoproclamare.

Ho sistemato la mia camera e sono andata al lavoro.

Sono stata meglio.

Chissà se quel tipo adesso sta meglio.


Quest’anno non andrò a raccogliere funghi.

Misticismo rock

Sto vivendo la fase spirituale, un cliché della donna che sta divorziando.

In realtà non sembra un momento di follia,
[come quando guardavo Paolo Fox e aspettavo passivamente che qualcosa succedesse. O come quando mi iscrivevo a cose pseudo spirituali, o a come quando ero così superstiziosa che facevo solo una cosa o solo l’altra, dipendeva da come mi sentivo quando tutto era andato bene. E non camminavo mai dritta per piazza maggiore, e non potevo fare una strada diversa se avevo un esame.] -Insomma, esempi pratici di tutte le mie fasi pre e post follia.-

Questa fase spirituale è più una pace dei sensi che accompagna la consapevolezza che i miei fallimenti non sono fallimenti ma insegnamenti.
[Tipo quella volta che ho provato a saltare il fossato e ci sono caduta dentro, ecco quello è stato un bell’insegnamento. O quella volta che ho provato a fare più cose alla volta, sfoggiando un multitasking che non ho mai avuto e ho bruciato la cena, o quella volta che ho fatto finta di stare benissimo e invece mi chiudevo a piangere in bagno, perché le mogli devono fare così e tu sei a casa tutto il tempo a non fare un cazzo.]

Ecco, dicevo i miei fallimenti sono insegnamenti.

E non so se il miracolo sia avvenuto grazie a questi, quasi, due anni di psicologa, incontrata a caso in un consultorio perché io non ho i soldi, – ma credo di essere tutta rotta, per cortesia mi aiuti-
Giuro, mi ero presentata più o meno così, e un giorno le dissi: “io sono una giovane appestata, nessuno mi verrà vicino. Nessuno vuole essere contagiato dal mio fallimento”.

Una diva degli anni ’30, un’ipocondriaca del dramma.

Ma dicevo,

dopo quasi due anni, sento che questa pace interiore sta arrivando, e non come un cielo senza nuvole, è una sensazione di leggerezza, non come te la descrivono, non con un sorriso ebete, stampato in faccia, segno distintivo di alcuni miei fratelli yogici.

Penso più che altro ad un bisogno di stare calma, di avere una risposta normale agli stimoli esterni, la consapevolezza che non mi è successo niente di irreparabile.

Ero piccola, guardavo troppa Disney, ho disegnato una storia d’amore che è andata male e pazienza.

Sento che forse è questo il significato di diventare grandi, accettare che la tua vita è unica solo per te stessa, e basta, che siamo solo un insieme di esperienze, che dovrebbero insegnarci qualcosa, e io penso di averla imparata.

Per esempio:

•non farò guardare ai miei figli Ceneretola

•dirò ai miei figli che se salti il fossato c’è una possibilità che ci cadi dentro (e questa sarà anche una metafora per qualche insegnamento, tipo: se provi la droga può essere che ci anneghi dentro).

Esiste veramente questo momento di pace interiore, o è solo una fase?

Ho forse respirato della droga?

Esiste ancora qualcuno che dice “ho respirato della droga”?

Dove sono?

Tavolini e separazioni

Nel momento esatto in cui avevo capito che molto probabilmente il mio matrimonio sarebbe, a breve, finito ho messo da parte anni di lotta femminista e ho fatto quello che tutti ti dicono di non fare.

Mi sono ripetuta che il problema non era della coppia, il problema ero io.

In un fomento masochista, decisi che dovevo cambiare il mio atteggiamento, fare quello che per anni non avevo fatto, diventare chi non ero.

La prima cosa che mi venne in mente fu di affidarmi anima e corpo a diventare la moglie che non ero mai stata.

Dovevo non essere me e modificare, perlomeno superficialmente, chi ero, per fare il miracolo e tirare avanti un matrimonio, di cui come avevo detto sopra, sentivo la fine.

Qui arriviamo alla parte pratica, al “COME”, e io, illuminata da quel Dio di cui non credo, feci memoria di tutti gli articoli, di famiglia cristiana, che non avevo mai letto.

[ Famiglia Cristiana: Un settimanale a cui i miei genitori e mia nonna sono abbonati da tempi immemori, giornaletto che usavo solo per guardare i programmi tv e le scarpe da comprare in sanitaria. Da piccola facevo le parole crociate, la mia conoscenza di famiglia cristiana finisce qui. ]

Non sapendo niente di quello che in verità famiglia cristiana consiglia, decisi di inventare, perché tanto, alla fine, con la fantasia sono sempre stata brava.

Mi inventai dunque che alla base di una perfetta moglie cristiana (che non ero) che tenta di salvare il matrimonio (il mio ndr), c’è la cura della casa.

Iniziai dunque a lavorare per comprare cose che avrebbero reso una casa che odiavo, nel perfetto nido d’amore che necessitavo.

Copiai paro paro le case delle mie amiche.

Siccome io amo le case asettiche, quelle tutte bianche, che hanno tre mobili, quelle che lavi e spolveri in una mezzora massimo, decisi di sopprimere il mio gusto minimal e darmi al ethnic chic.

D’altronde vivevo in India, non potevo fare altro.

Comprai statue di divinità, portagioie di avorio, un fantastico tavolino, che ammiravo come se l’avessi fatto io, e, non lo nascondo, spesso uscivo di casa solo per ritrovarlo lì.

Iniziai a cucinare. Merda vegetariana, come la amava chiamare, ed io di parole amorevoli ne andavo ghiotta.

Decisi di comprare coperte nuove, sempre ethnic chic, sempre usando quei tre soldi che prendevo, dicendo alla gente che uno stile di vita sano e spirituale li avrebbe salvati da una vita di merda, il tutto mentre io compravo robaccia solo per non affrontare il presente.

Furono mesi divertenti, spesi tutti i miei piccoli stipendi, per agghindare una casa che odiavo, con roba etnica che faceva assomigliare casa mia ad un brutto mercatino equo e solidale.

Mi atteggiavo a grande signora, esattamente come quando sei piccola e giochi a mamma casetta.

Non so se fu un caso, ma come insegna Deepack Choopra il caso non esiste, è l’universo che ti vuole dire qualcosa. Beh insomma, alla fine dell’addobbo, quando non c’era più niente da comprare, quando finirono le ricette della perfetta moglie (merda vegetariana ndr) quando le coperte non servivano più, io mi ritrovai così, senza più niente da aggiustare, con tutto comunque rotto.

Ed iniziarono ad arrivare i topi.

Non in senso figurato, trovai i topi in casa.

Mi guardai intorno e decisi di andare via.

Chissà, magari se avessi letto più attentamente famiglia cristiana avrei avuto idee migliori.

Birre, psicologia e autolesionismo

Un giorno un ragazzo che una volta mi piaceva disse, con tono tranquillo che secondo me nascondeva una vena di saccenteria.

– E non venitemi a dire il contrario. –

Insomma.

Disse.

“è una birra molto beverina”

e io in quell’esatto momento decisi che non mi piaceva più.

Io odio la parola “beverina” perché la maggior parte della gente la usa per dire tutto e niente o per mascherare una sottile spocchia.

Spocchia fuori luogo quando scopri che la maggior parte di loro si ritrova sempre nello stesso bar con le stesse persone a parlare di tette culo figa.

[Argomento che metto nella top list dei miei preferiti di sempre. Ma se inizi devi farlo con stile precisione e apportando argomenti validi. E nella discussione non ammetto persone che usano il termine beverina.]

Ragion per cui non ho partecipato più alla conversazione. Mi sono annoiata con ferma decisione.

Non so se questo avere uno schema, una tabella di parole che le persone non devono dire sia una cosa. Un sintomo. Una conseguenza del sapere esattamente cosa voglio (cosa abbastanza improbabile) o una finta scusa per eliminare chi in realtà aveva già eliminato me.

Mentre penso tutto questo la psicologa mi sta guardando e mi dice cose che dovrei ascoltare.

Lei sa che la guardo e non la sento. Non si arrabbia mai. Tranne quando mi crogiolo nella disperazione.

Insomma.

La mia psicologa direbbe che forse sto facendo dei passi avanti. E provo sempre meno ad autoflagellarmi. Riempiendomi di colpe che in realtà non ho.

E sono diventata grande.

Non posso più nascondere la mia patologia, quella che non mi permette di accettare gli abbandoni.

Quindi ho deciso di rispettare, a differenza di prima, la tabella delle parole da non dire.

Credo sia soddisfatta.

Nella tabella (delle cose da non dire) ci sono ovviamente parole inutili. Così da tenere aperta la porta a tutti quei casi umani (me compresa, non ho la presunzione di tenermi fuori da quell’infausto gruppo).

Divago.

Dicevo

Tutti quei casi umani che non usano parole come beverina ma che ne so, hanno un passato da violenti, un presente da fascisti e un futuro incerto. Come la canzone.

Ma in quel bar con questo tipo che diceva cose che forse sapeva, mi sono accorta di come sia facile per me fare in modo che mi piaccia e non mi piaccia più qualcuno. Ed è un gioco fantastico. Che spero di non fare mai più

Perché obbligarsi a trovare cose piacevoli in qualcuno, quando sai bene che ti sta facendo solo male, è il dolce a fine pasto degli autolesionisti. Altra categoria di cui non solo sono iscritta, ma sono, anche, un’accanita partecipe.

Insomma.

Faccio tutta questa autoanalisi nel giro di due minuti, ma quando riferisco tutto alla mia psicologa le parole sembrano meno sensate che nella mia testa.

Non credo lei pensi che guarirò presto.

Lei lo sa che ogni giorno mi costringo a non pensare alla mia vita passata.

Lei lo sa che in fondo penso ancora che tutto sia colpa mia e che tutto sia dovuto a me.

E lo sa che mi metto al centro del mondo per avere un motivo per cui disperarmi.

Lei lo sa e spera, che un giorno starò meglio.

E lo spero anch’io. Infondo.

Non ho preso la birra che volevo. Che era quella beverina.

E adesso ho mal di stomaco.

Ma il processo di fedeltà a se stessi è duro e doloroso.

Non berrò mai più con te.

E questo è un sollievo.

Appuntamenti e minestre

La consapevolezza di non essere dalla parte privilegiata ti porta ad esporti sempre in maniera pericolosa, vertiginosa, con paroloni di cui non conosci il senso.

Che poi io soffro di vertigini.

Sono tornata in Italia, e dopo anni sono uscita con un ragazzo che usa paroloni per parlare di temi molto semplici.

-Me la dai?

Quando?

Nell’impossibilità di usare queste due semplici frasi,

(ragion per cui si reputa un romantico dell’800)

, mi ha costretto ad ascoltare per ore frasi su frasi della sua tragica esistenza.

Ma perché non parti? Perché non voglio dargliela vita. Ma vinta a chi? A tutti.

E con questa frase mi sarei dovuta girare e partire a piedi,

una bella passeggiata di venti chilometri.

Invece mi sono immolata, ho ascoltato, gli ho teso la mano,

(lurida di gocce di birra, briciole di patatine e noia a fiumi)

e sapevo già che avremmo limonato in macchina.

M’illudevo che sarebbe stato bello.

Non lo è stato.

Non l’ho ammesso.

Diciamo che lui era il mio caso probono.

Sai quando ti immoli per i casi umani? Sapendo già che ne uscirai mangiato e consumato, che tanto il cuore è già a pezzi.

[E porco dighel sto iniziando a parlare come lui.]

Alla fine mi dispiace, l’ho usato per sentirmi un po’ meglio, perché mi facevano ridere quei paroloni per non dire niente, quella negatività,

-segno distintivo di chi non ha mai lasciato la campagna, e quella faccetta di cazzo tipica dell’uomo che anni fa minacciava costantemente la sua compagna.-

(Nascondendosi dietro alla costante, e sempre presente, omertà delle campagne del nord)

Il karma l’ha punito facendogli conoscere l’unica donna della sua vita che l’abbia trattato con sufficienza.

Sono orgogliosa del mio operato? Certo che no.

Non ci sentiremo mai più,

come la volta prima

e come la volta prima mi sono ritrovata con sensi di colpa

e la certezza che certe cose non vanno rifatte.

Ma io ripesco le cose, le riuso e le trovo belle

e le rubo a chi

della Caritas invece avrebbe bisogno.