Un’altra giornata di yoga

Un’altra giornata.

Mi avvio per andare ad una festa di yoga a cui mi ha iscritta una cara amica perché mi vedeva triste. Non so perché le è venuta quest’idea. I due giorni precedenti all’evento, io, lei e qualche amica (insegni yoga? Bello, bello, andiamo a bere), abbiamo fatto un tour enogastronomico del padovano. Questa mattina mi sono svegliata e volevo uccidermi, un harakiri prima di un evento yoga, un gesto importante che avrebbe reso la mia partecipazione memorabile.

Il fatto che un evento gratuito che dura un’intera giornata venga fatto sotto il sole delle 11 di un giorno d’estate non sconvolge nessuno, tranne me, mentre mi avvio sconsolata e affranta verso l’accettazione noto che c’è più gente di quanta immaginassi. Pensionati che fanno thai chi, donne ricche che si aggirano con passeggini e poi si fermano a fare ginnastica, sembra di essere a Central Park. Invece siamo in Veneto e la signora all’accettazione me lo ricorda.

L’agitazione generale che muove gli organizzatori dell’evento mi ricorda l’agitazione della mia catechista alla nostra cresima, evento inutile che mi era servito solo per farmi regalare il cellulare usato da un mio zio che odiavo. La signora all’accettazione inizia ad agitarsi e a darmi ordini, come se non fossero le undici, come se io non fossi in hangover, come se nelle ultime settimane fossi stata bene. Arrivata al parco scopro che dovrò dare dei soldi, racimolo qualche moneta, la tipa mi guarda malissimo, mi scuso, non sapevo, se volete vado via, assolutamente no, noi accettiamo tutti, ride, per finta.

L’amica che mi ha iscritta – è una buona opportunità, devi riprenderti, fai qualcosa, sarà divertente- mi ha incastrata a questa cosa e io ora non so perché sono qui, a guardare una signora che si sta avvicinando, ha anelli costosi, un cellulare costoso, un lavoro che non le permette di smettere di parlare al telefono, nonostante la figlia la chiami incessantemente. La figlia ha un nome tratto da una canzone di Battiato, di nuovo l’anagrafe lascia un po’ troppa libertà di scelta.

In poco tempo il parco si anima, sento una delle organizzatrici che pronuncia la frase “questo evento è un volere di Dio”, frase forse un po’ esagerata, ma che lascia capire lo spirito messiatico che anima l’intero evento. Poi ci sono io, due giorni che dormo quattro ore, il fisioterapista mi ha detto di stare a riposo, sento il ginocchio che mi esplode, posso sedermi in un angolo e piangere?

Ad un certo punto arriva una signora che ha fatto due lezione con me, entrambe le volte è apparsa quando le lezioni erano gratuite o quasi, parla un sacco, cerca sempre le scuse per non pagare, ha due case in due città diverse, poi ha le case di villeggiatura e io vorrei chiederle perché, qual’è il motivo che ti spinge a partecipare solo a lezioni gratuite? Sei come me, che non sono mai uscita dall’ottica della studentessa di Bologna senza soldi che beve la birra dei barboni? Vorrei chiederglielo, le sorrido, la saluto, frasi di convenienza. Mi allontano camminando all’indietro.

Arrivano ad un certo punto una figlia con il padre, la ragazzina dimostra quindici anni, ma ha le unghie finte, gioielli stile gipsy e uno sguardo strano, mi sembrano spaesati come me, sorrido, scopro che non è il suo papà, ma il suo compagno. Mi siedo e mi vergogno.

La temperatura esterna aveva raggiunto i trenta gradi all’ombra, le donne e gli uomini che avevano preso ferie per essere presenti all’evento sembravano stranamente freschi e rilassati. Credo che i ricchi non sudino.

Nonostante fossi a chilometri di distanza dal posto dove insegno c’erano molte facce conosciute, c’era un papà (che so essere il compagno di una collega) che ci provava spudoratamente con le altre mamme, durante la pratica l’ho sentito dispensare consigli sull’allattamento e sulla maternità, vorrei chiedergli dov’è la moglie, perché un tempo l’aveva lasciato, è vero che sei uno stronzo? Mi faccio gli affari miei.

Inizio la mia pratica, non muoio, nel mentre ho incontrato qualche ragazza con cui ho fatto amicizia, non ci parleremo mai più. 

Fine. 

Chiusura del sipario. 

Finita la lezione sono salita in macchina e ho raggiunto Giulia al bar dei cinesi, ho schienato un prosecco, sono tornata a casa e ho letto un libro anticapitalista, da quel giorno ho ricominciato a mangiare, ho scritto ad un insegnante di yoga, le ho spiegato perché non riuscivo a praticare, ho pianto e qualche giorno dopo ho ricominciato la pratica. 

Ad ogni raduno di yoga penso a quanto la mia vita sarebbe stata semplice se avessi ascoltato mia zia che mi consigliava di fare un lavoro di merda, ma con pensione assicurata, forse mi sarei annoiata. 

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